Società

Il consumo di carne umana digitale: il porno gay sta seppellendo i suoi ragazzi

Dietro l’immagine idealizzata del porno digitale, una generazione di performer schiacciata dalla pressione, dalla solitudine e dalla continua ricerca della perfezione

di Giuseppe Sciarra

Negli ultimi anni, il mondo del cinema per adulti gay sta assistendo a una silenziosa e anomala ecatombe generazionale. Ragazzi giovani, spesso all’apice della forma fisica, con profili social patinati, milioni di visualizzazioni e una vita apparentemente appagante fatta di soldi e successi, scompaiono improvvisamente per morte prematura. Le notizie a riguardo arrivano di continuo, affidate a collette online per i funerali o a freddi post di addio: arresti cardiaci improvvisi, crisi di depressione profonda, overdose, gesti estremi. A volte, la cronaca colpisce anche figure storiche e pilastri del settore, come nel caso della scomparsa di Tim Kruger (pseudonimo di Marcel Bonn, cofondatore della nota piattaforma TimTales), la cui morte improvvisa in un incidente domestico ha scosso profondamente la comunità internazionale, riportando l’attenzione sulla fragilità di chi vive sotto i riflettori di questo mercato.

Questa scia di lutti richiama inevitabilmente altri giovani performer, la cui scomparsa ha sconvolto fan e colleghi. Tra questi Christian Styles, morto a 29 anni, Seth Peterson, trovato senza vita a 28 anni, e Blake Mitchell, scomparso a 31 anni in seguito a un violento incidente motociclistico in California.

Come è possibile che nel mondo del porno le morti e i crolli psicologici dei suoi interpreti siano così frequenti? Quali sono le responsabilità del sistema? Fino a vent’anni fa, il settore era dominato dai grandi Studios tradizionali: luoghi Freddi e corporativi, che imponevano ritmi rigidi e contratti spesso sbilanciati, ma che in qualche modo filtravano la realtà. C’erano uffici, medici, test obbligatori e una catena di montaggio che, sebbene alienante, manteneva una separazione netta tra la vita privata dell’attore e il set cinematografico.

Oggi l’industria è completamente atomizzata e digitalizzata. Con l’esplosione di piattaforme come OnlyFans e dei social media, il filtro è svanito del tutto e ogni performer è diventato il direttore di se stesso, il montatore, il commerciale e il prodotto. Questa totale autonomia economica — sbandierata come la grande vittoria della libertà individuale — si è rivelata una trappola claustrofobica. Sei il capo di un’azienda che non chiude mai, dove la merce sei tu, il tuo metabolismo, il tuo desiderio, la tua giovinezza. E quando il mercato virtuale pretende che tu sia sempre giovane, sempre perfetto, sempre performante per soddisfare l’algoritmo, il corpo umano comincia a cedere.

Per reggere i ritmi di produzione richiesti dalla visibilità continua, per mantenere la definizione muscolare estrema pretesa dal pubblico e arginare lo stress di una sovraesposizione costante, si scivola facilmente in una zona grigia fatta di abusi: stimolanti per reggere i set o le dirette, farmaci per l’ansia per gestire l’impatto tossico dei social, diete punitive. La solitudine è il vero sottofondo di questo rumore frenetico che non contempla l’umanità. La community digitale ti ama finché ti consuma, ti idolatra finché incassi visualizzazioni, ma è una folla liquida e spietata che svanisce nel secondo in cui decidi di fermarti, di invecchiare o semplicemente di chiedere aiuto.

La verità tragica è che si sta normalizzando un consumo usa e getta di esseri umani. Dietro i corpi statuari che popolano le bacheche c’è una generazione di ragazzi lasciata sola a fare i conti con lo stigma sociale che ancora circonda questo tipo di lavoro, con il senso di colpa, con l’incapacità di costruire un’identità che non coincida con il proprio avatar sessualizzato. Quando un attore muore a venticinque o trent’anni, la reazione del web è spesso un misto di voyeurismo macabro e rapido oblio, prima di passare al profilo successivo. Fino a quando continueremo a considerare questi lavoratori come semplici pixel bidimensionali destinati all’intrattenimento usa e getta, aumenteranno i morti di un sistema che ha scambiato la libertà con la più perfetta delle solitudini digitali.