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L’Odissea di Christopher Nolan: il viaggio nell’anima di un eroe

Un’Odissea monumentale e fisica, sospesa tra il trauma della guerra e la ricerca di un senso che il mito non smette di interrogare

di Giuseppe Sciarra

Ebbene sì: a scoppio ritardato, il monolite cinematografico dell’anno è atterrato anche per noi. Accolto da mesi di trepidante attesa e da un fuoco incrociato di polemiche, prima fra tutte la contestata scelta di affidare l’iconico volto di Elena di Troia alla straordinaria Lupita Nyong’o, l’ultimo colpo di cannone di Christopher Nolan ci costringe a fare i conti con il mito fondante della civiltà occidentale.

Trasporre sul grande schermo il poema omerico è da sempre una magnifica follia, un terreno minato in cui il cinema e la televisione si sono avventurati con fortune alterne. Resta leggendario, in questo senso, il capolavoro televisivo della Rai del 1968: uno sceneggiato che, forte anche del contributo di Mario Bava, seppe custodire intatta la poetica e la vertigine spirituale dell’opera, ricordandoci che l’Odissea non è un semplice romanzo d’avventura, ma un percorso iniziatico. Un viaggio dell’anima attraverso le asperità dell’esistenza, dove la vera meta non è l’approdo a Itaca, ma la morte e la consapevolezza.

II. La macchina spettacolare: la poetica della materia e il rigore IMAX

Da un autore come Christopher Nolan era lecito attendersi una confezione maestosa, e il cineasta britannico non delude le aspettative, imponendo la sua consueta dittatura della celluloide sul digitale. Tre ore di proiezione che scorrono con la fluidità ipnotica di un meccanismo a orologeria, in cui ogni inquadratura respira grazie all’uso massiccio dei formati IMAX e al rifiuto quasi dogmatico degli effetti digitali in favore della costruzione pratica.

Come lo stesso Nolan ha dichiarato in sede di presentazione del film, l’obiettivo primario era quello di “catturare la materialità grezza del mito, spogliandolo della patina accademica e della retorica da peplum televisivo per restituirne l’urgenza fisica, il sudore, la salsedine e il ferro”.

Le sequenze belliche, dalla caduta e presa di Troia fino al feroce regolamento di conti finale contro i Proci, sono pezzi da novanta del cinema contemporaneo, degni di una standing ovation in sala. La messa in scena e la fotografia, firmata dall’immancabile sodale Hoyte van Hoytema, sfiorano l’eccellenza, sorrette da una sceneggiatura solida. Memorabile, su tutte, la discesa nell’Ade: un frammento di pura poesia visiva in cui Odisseo invoca Tiresia e i compagni perduti in battaglia, avvolti da un chiarore spettrale che rimanda direttamente alla pittura romantica e ai gironi danteschi.

III. L’incursione nel gotico e l’ombra della guerra contemporanea

Ciò che sorprende e impreziosisce la pellicola è una vena horror di prim’ordine, un cortocircuito stilistico che evoca tanto le favole oscure dei fratelli Grimm quanto le atmosfere più cruente di un Tim Burton in stato di grazia. Gli scontri con Polifemo e con Circe non cedono mai al bignami fantasy per famiglie, ma regalano allo spettatore quel disagio visivo e quel fastidio sensoriale che inchiodano alla poltrona, ricordandoci la mostruosità primordiale che si cela ai margini del mondo conosciuto.

Parallelamente, Nolan costruisce una dolente riflessione sulla caduta di Troia, specchio impietoso dei conflitti che dilaniano il nostro presente. A tal proposito, Matt Damon, che presta il volto a un Odisseo monumentale, scavato e profondamente umano, ha raccontato in diverse interviste quanto sia stato complesso calarsi nei panni di un reduce logorato.

“Non stiamo interpretando il classico eroe senza macchia dei vecchi film mitologici” ha spiegato l’attore durante la conferenza stampa “ma un uomo distrutto dal senso di colpa, un reduce che capisce tardivamente l’insensatezza di una guerra combattuta per un’illusione, portandosi dietro il peso insostenibile dei compagni sacrificati per la sua gloria e per la vanità degli dèi”.

Man mano che la rotta verso Itaca si fa lunga, Odisseo appare logorato, schiacciato dal peso morale della responsabilità: i suoi uomini sono morti per lui, la guerra si rivela per quello che è, un mattatoio insensato e geopolitico, e il dolore accumulato diventa un fardello insopportabile, ben prima del faticoso ricongiungimento finale con i propri cari.

IV. Il limite di un capolavoro mancato: l’assenza del divino

Il film sfiora la perfezione tecnica, eppure, a voler essere implacabili critici, c’è un’assenza che pesa come un macigno. Manca proprio quell’elemento che elevava lo sceneggiato Rai del ’68: la spiritualità, la dimensione animica e metafisica.

Benché il testo non difetti di spessore drammatico, nel kolossal di Nolan latita lo slancio trascendente. L’universo di Nolan è da sempre cartesiano, ossessionato dalla fisica, dal tempo, dalla meccanica delle scelte e delle conseguenze; anche quando sfiora il mito, il regista tende a razionalizzarlo, a imbrigliarlo in una struttura geometrica impeccabile.

Restano intatti il rispetto per il grande cinema, la muscolarità di una regia che sa ancora fare comunità, buio in sala, e il valore di un’opera che non teme di misurarsi con il mito.

Ma l’assenza di quell’alchimia spirituale che rende immortale il poema omerico lascia, sul fondo del bicchiere, il sapore di un’occasione colossale solo a metà: un Odisseo perfetto nella carne e nel dolore, ma drammaticamente orfano del proprio cielo.