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PRIMA, il chip sotto la retina per tornare a vedere

Il dispositivo sviluppato da Science Corporation ottiene il marchio CE e arriva alla commercializzazione in Europa

di Laura Pompili

Immaginiamo di aprire un libro e di riuscire, dopo anni, a distinguere nuovamente le lettere sulla pagina. Oppure di poter riconoscere un numero, seguire un cruciverba o ritrovare alcuni dettagli di un volto. Non si tratta di fantascienza, ma del risultato ottenuto da un gruppo di pazienti che hanno partecipato alla sperimentazione di PRIMA, una protesi retinica sviluppata da Science Corporation.

Il 22 luglio 2026 la società ha annunciato un passaggio importante: PRIMA ha ottenuto il marchio CE secondo il regolamento europeo sui dispositivi medici, attraverso l’organismo notificato DEKRA, e può quindi essere commercializzato in 30 Paesi europei. Le prime procedure commerciali sono previste in Germania.

La notizia è significativa perché non riguarda semplicemente un nuovo dispositivo per la vista. PRIMA rappresenta una delle applicazioni più avanzate dell’interfaccia uomo-macchina in ambito medico: un piccolo impianto collocato sotto la retina dialoga con un paio di occhiali dotati di un sistema di proiezione. L’obiettivo non è restituire una vista normale, ma ricostruire una forma di visione centrale funzionale.

La tecnologia è stata sviluppata soprattutto per persone colpite da atrofia geografica associata alla degenerazione maculare legata all’età (AMD). Si tratta di una forma avanzata della malattia nella quale vengono progressivamente persi i fotorecettori nella regione centrale della retina, quella fondamentale per leggere, riconoscere i volti e distinguere i dettagli. PRIMA cerca di aggirare proprio questo problema.

L’impianto misura circa 2 millimetri per 2 ed è posizionato sotto la retina, nell’area interessata dalla degenerazione. Gli occhiali raccolgono le immagini attraverso una telecamera e proiettano sull’impianto luce nel vicino infrarosso. Il chip converte il segnale in stimoli elettrici che attivano le cellule retiniche ancora funzionanti.

È un sistema che modifica profondamente il rapporto tra occhio e dispositivo tecnologico: non una semplice telecamera che trasmette immagini a un monitor, ma una protesi che interviene direttamente nel circuito biologico della visione.

La parte più significativa arriva dai dati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Lo studio clinico ha coinvolto 38 persone con atrofia geografica dovuta alla degenerazione maculare. Dopo dodici mesi, 32 partecipanti erano disponibili per la valutazione: 26 di loro, pari all’81%, avevano ottenuto un miglioramento clinicamente significativo dell’acuità visiva rispetto al valore iniziale.

Non significa che i pazienti abbiano recuperato una vista naturale. La visione prodotta dalla protesi è una visione artificiale e limitata, ma può consentire di riconoscere lettere, numeri e parole restituendo una parte della funzione visiva perduta. Il sistema dispone inoltre di una funzione di ingrandimento che permette di aumentare le dimensioni degli oggetti osservati.

Il passaggio alla commercializzazione europea segna una discontinuità rispetto alla lunga storia delle protesi retiniche, rimaste per anni soprattutto nell’ambito sperimentale. Science Corporation sta preparando i centri clinici e le procedure di rimborso nei diversi Paesi europei. La società prevede che il primo impianto commerciale venga effettuato in Germania.

Il percorso americano è invece meno avanzato. PRIMA aveva ricevuto dalla FDA la Breakthrough Device designation nel 2023 e nel luglio 2026 ha ottenuto anche la designazione Humanitarian Use Device. Si tratta di passaggi che possono favorire un percorso regolatorio dedicato, ma non equivalgono all’autorizzazione alla vendita negli Stati Uniti. Science Corporation sta ancora lavorando con la FDA per portare il dispositivo sul mercato americano. La differenza tra Europa e Stati Uniti è dunque sostanziale: in Europa PRIMA è entrato nella fase commerciale; negli USA resta sottoposto al percorso regolatorio della FDA.

Il progetto non si ferma alla degenerazione maculare. Science Corporation sta lavorando per ampliare le applicazioni della tecnologia, compresa la malattia di Stargardt, una rara degenerazione ereditaria della retina. La società indica inoltre la retinite pigmentosa tra le possibili applicazioni future.

È qui che la storia diventa ancora più interessante. La società è stata fondata da Max Hodak, già cofondatore e presidente di Neuralink, l’azienda di interfacce cervello-computer fondata da Elon Musk. Dopo l’esperienza in Neuralink, Hodak ha scelto di sviluppare un percorso diverso, concentrandosi sulle tecnologie di ingegneria neurale e sulle loro applicazioni mediche.

PRIMA rappresenta, in questo senso, un esempio concreto di come un dispositivo elettronico possa dialogare con un sistema biologico estremamente complesso e produrre un risultato clinicamente misurabile.

La vera rivoluzione, tuttavia, non sta nel fatto che una macchina possa “vedere” al posto dell’occhio. Sta nella possibilità di ricostruire una funzione biologica perduta attraverso un sistema artificiale capace di entrare nel circuito della percezione.

Per chi ha perso la visione centrale, riuscire di nuovo a leggere una parola o riconoscere un volto non significa vedere come prima. Significa, però, recuperare una parte di quella vita quotidiana che la malattia aveva reso più difficile.