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Il nucleare di oggi non è quello di Chernobyl

Le nuove tecnologie promettono maggiore sicurezza e un ruolo complementare alle fonti rinnovabili

di Daniele Marandola

Se il ricordo di Chernobyl continua a condizionare il nostro immaginario, è altrettanto vero che la tecnologia non è rimasta ferma al 1986. Negli ultimi quarant’anni la ricerca ha profondamente modificato il modo di progettare gli impianti nucleari introducendo sistemi di sicurezza e modelli produttivi di nuova generazione.

Naturalmente, questo non significa che il rischio sia scomparso. Significa, però, che il confronto dovrebbe partire dalla tecnologia di oggi e non soltanto dai ricordi di ieri.

I reattori oggi oggetto di studio e sviluppo hanno ben poco in comune con quelli degli anni Ottanta. Si parla di impianti di terza generazione avanzata e di quarta generazione. Accanto a questi stanno prendendo forma gli Small Modular Reactors (SMR) e gli Advanced Modular Reactors (AMR), reattori modulari molto più piccoli delle grandi centrali tradizionali, costruibili in fabbrica e assemblabili sul posto, con l’obiettivo di ridurre tempi di realizzazione, costi e margini di rischio.

Naturalmente il nucleare continua a sollevare interrogativi importanti. I costi di costruzione, la gestione delle scorie radioattive, i tempi di realizzazione e lo smantellamento degli impianti richiedono trasparenza, ricerca e una rigorosa valutazione pubblica. Sarebbe sbagliato minimizzare questi aspetti.

Ma sarebbe altrettanto riduttivo immaginare che la transizione energetica possa poggiare su un’unica tecnologia. Le fonti rinnovabili rappresentano il pilastro del futuro energetico, ma la loro natura intermittente rende necessario interrogarsi su quali strumenti possano garantire continuità produttiva, sicurezza degli approvvigionamenti e prezzi competitivi.

È proprio in questa prospettiva che il Governo immagina un sistema energetico nel quale rinnovabili e nucleare non siano alternative, ma complementari.

Dunque, è davvero necessario tornare al nucleare?

Probabilmente non esiste una risposta semplice. Ed è proprio questo il punto. Le grandi trasformazioni del nostro tempo richiedono equilibrio, competenza e la capacità di mettere in discussione convinzioni che sembravano immutabili. Dopo quasi quarant’anni, però, una risposta possiamo provare a darla.

L’Italia non ha paura del nucleare. Ha ancora paura di Chernobyl.  È una differenza sostanziale.

Perché Chernobyl appartiene alla nostra memoria collettiva e continuerà giustamente a ricordarci quanto possano essere drammatiche le conseguenze di un errore umano e tecnologico. Ma il nucleare di cui discutiamo oggi appartiene a un’altra epoca, a un altro contesto internazionale e a tecnologie profondamente diverse.

Il punto, allora, non è dimenticare il passato. È evitare che il passato diventi l’unico criterio con cui scegliamo il futuro.

Ogni generazione eredita le proprie paure. La responsabilità della nostra non è cancellarle, ma trasformarle in conoscenza. Perché il futuro non appartiene ai Paesi che non hanno paura, ma a quelli che hanno imparato a non farsene governare.