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E se l’arma più potente dell’Iran non fosse il nucleare?

Come una sottile striscia di mare può influenzare l’economia mondiale più di un arsenale nucleare

di Daniele Marandola

Negli ultimi mesi l’attenzione internazionale si è concentrata sul programma nucleare iraniano. Eppure, la leva strategica più potente nelle mani di Teheran potrebbe trovarsi altrove: nello Stretto di Hormuz.

Lo stesso Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema, ha affermato pochi giorni fa che lo Stretto di Hormuz è, per l’Iran, «più importante di decine di bombe atomiche».

Non è difficile comprenderne il motivo. Questo tratto di mare, largo poco più di 50 chilometri e attraversato da due corridoi di navigazione di appena 3,5 chilometri per senso di marcia, rappresenta una delle arterie energetiche più importanti del pianeta. Ogni giorno vi transitano circa 20 milioni di barili di petrolio, pari a quasi un quinto della domanda mondiale, oltre a una quota significativa del commercio globale di gas naturale liquefatto.

In geopolitica esiste un termine tanto semplice quanto affascinante: chokepoints, letteralmente “colli di bottiglia”. Sono quei passaggi geografici apparentemente marginali dai quali può dipendere il funzionamento dell’economia mondiale. Hormuz è forse il più importante di tutti. Sono numeri che spiegano perché ciò che accade in questo piccolo tratto di mare non riguarda soltanto il Medio Oriente. Quando Hormuz rallenta, aumentano i costi dell’energia, dei trasporti e delle assicurazioni, con effetti che si riflettono inevitabilmente sull’inflazione, sulla competitività delle imprese e sulle bollette delle famiglie.

La recente crisi lo ha dimostrato con straordinaria evidenza. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), tra marzo e maggio 2026 i flussi petroliferi attraverso lo Stretto si sono ridotti a una media di appena 2,7 milioni di barili al giorno, contro i circa 20 milioni precedenti alla crisi, determinando quella che l’Agenzia ha definito la più grave interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale.

Per molti anni abbiamo pensato che il potere di uno Stato dipendesse soprattutto dalla forza del suo esercito, dalla ricchezza delle sue risorse naturali o dalla dimensione della sua economia. La crisi di Hormuz racconta una realtà diversa. Nel XXI secolo il potere appartiene sempre più a chi controlla i punti attraverso cui il mondo continua a muoversi.

La storia, in fondo, non è cambiata. Sono cambiati gli strumenti. Un tempo si combatteva per conquistare città e territori. Oggi la competizione passa anche attraverso stretti, porti, cavi sottomarini, rotte commerciali e infrastrutture energetiche. È lì che si concentrano alcune delle principali vulnerabilità della globalizzazione.

Non è un caso che il presidente Trump abbia più volte minacciato l’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti d’ America, né che la Cina continui a considerare Taiwan un obiettivo centrale della propria strategia nazionale. Al di là delle profonde differenze tra le due vicende, entrambe mostrano come il controllo di snodi geografici ritenuti strategici sia tornato al centro della competizione tra le grandi potenze.

La geografia, che per anni sembrava aver perso importanza nell’era della globalizzazione, è tornata a essere uno dei principali fattori di potere. E lo Stretto di Hormuz ne è forse l’esempio più evidente. Ma questa vicenda racconta anche qualcosa di noi.

La crisi di Hormuz mette in discussione una delle più grandi illusioni del nostro tempo: quella di avere tutto sotto controllo. La tecnologia ci ha dato l’impressione di vivere in un mondo sempre più prevedibile, efficiente e connesso. La geopolitica ci ricorda, invece, che la nostra prosperità continua a dipendere da equilibri sorprendentemente fragili.

Gli psicologi parlano di illusione del controllo: la tendenza dell’essere umano a sopravvalutare la propria capacità di governare eventi che, in realtà, dipendono da fattori esterni e spesso imprevedibili. Forse questo meccanismo vale anche per gli Stati. Pensiamo che la globalizzazione abbia reso il mondo invulnerabile, salvo scoprire, prima con la pandemia di Covid-19 e oggi con le tensioni nello Stretto di Hormuz, quanto sia fragile il nostro equilibrio. È bastato un virus invisibile per fermare il pianeta; può bastare una sottile striscia di mare per rallentarne l’economia.

Forse è proprio questa la vera lezione che Hormuz ci lascia: la nostra forza non si misura soltanto dalla capacità di costruire un mondo sempre più avanzato, ma anche dall’umiltà di riconoscerne le fragilità. Perché la storia continua a ricordarci che gli equilibri più complessi possono dipendere, all’improvviso, da fattori che credevamo irrilevanti.