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Nucleare: il futuro ha ancora paura di Chernobyl?

Tra la memoria di Chernobyl e le sfide energetiche del futuro, una paura collettiva continua a influenzare le scelte di un Paese

di Daniele Marandola

È possibile che una scelta compiuta quasi quarant’anni fa continui ancora oggi a influenzare il futuro energetico dell’Italia? È una domanda che divide l’opinione pubblica e che, proprio in questi mesi, è tornata di stretta attualità.

La Camera dei deputati ha recentemente approvato il disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, oggi all’esame del Senato. Il provvedimento non autorizza la costruzione di nuove centrali, ma affida al Governo il compito di definire il quadro normativo entro cui valutare il possibile ritorno dell’energia nucleare nel nostro Paese. L’obiettivo dichiarato non è sostituire le fonti rinnovabili, bensì integrarle: secondo il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, nel lungo periodo il nucleare potrebbe contribuire tra l’11% e il 22% del futuro mix energetico nazionale, accanto a rinnovabili e idrogeno.

Il dibattito, dunque, non appartiene più soltanto alla storia. È tornato ad essere una scelta sul futuro. Per comprenderlo, però, bisogna tornare al 1986.

Il disastro di Chernobyl cambiò per sempre il modo in cui milioni di persone guardarono all’energia nucleare. Pochi mesi dopo, nel 1987, gli italiani decisero attraverso un referendum di abbandonarla. Era una scelta figlia del suo tempo, maturata in un clima di comprensibile preoccupazione. Nessuno, allora, avrebbe potuto ignorare il peso emotivo di quelle immagini. Ma il mondo, nel frattempo, è cambiato.

Oggi il tema dell’energia non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda la competitività di un Paese. I dati più recenti confermano un divario strutturale nei costi dell’energia tra l’Italia e i principali partner europei. Secondo Confindustria, nel primo semestre del 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia elettrica 278 €/MWh, contro i 242 €/MWh della Germania, i 183 €/MWh della Francia e i 171 €/MWh della Spagna. Un differenziale di circa il 30% rispetto alla media europea e di oltre il 50% rispetto alla Francia, che continua a rappresentare uno dei principali fattori di perdita di competitività del sistema produttivo italiano.

La Francia produce circa il 70% della propria elettricità grazie al nucleare. L’Italia, invece, ha scelto di rinunciare alle proprie centrali.

Abbiamo deciso, attraverso due distinti referendum, di non produrre energia nucleare. Ma continuiamo ogni giorno a consumarla, importando una parte significativa dell’elettricità proprio da quei Paesi che hanno scelto di investire in questa tecnologia. Confindustria evidenzia come il 6,8% dell’energia complessivamente consumata in Italia dipende ancora dall’elettricità di origine nucleare importata, soprattutto dalla Francia. Il nucleare, dunque, non è mai davvero uscito dalla nostra vita. Ha semplicemente attraversato il confine.

La psicologia descrive questo fenomeno con un’espressione tanto semplice quanto efficace: euristica della disponibilità. Tendiamo a valutare un rischio non tanto sulla base della sua probabilità reale, quanto della forza con cui un’immagine è rimasta impressa nella nostra memoria.

Ancora oggi, pronunciando la parola nucleare, molti di noi non pensano agli innovativi reattori di quarta generazione. Pensano a Chernobyl.

Tuttavia, la tecnologia, come la storia, non è rimasta immobile. Ma quanto è davvero cambiato il nucleare negli ultimi quarant’anni? È una domanda che merita una riflessione a parte, perché le tecnologie oggi al centro del dibattito hanno ben poco in comune con quelle che il mondo conobbe nel 1986.