Fenomeni meteorologici tra natura e cambiamento climatico
Dal diluvio di Dubai alle grandinate da record in Pianura Padana: cosa ci dice un cielo che non riconosciamo più
di Laura Pompili
Un’auto ferma a metà di una strada che non esiste più, sommersa fino ai finestrini. Dentro l’aeroporto più trafficato del Golfo, l’acqua sale piano tra i tappeti mobili, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo.
È il 16 aprile 2024. In un solo giorno, su Dubai cade più pioggia di quanta ne cada di solito in un anno e mezzo.
Nelle ore successive, la domanda che circola non riguarda il clima. Riguarda un nome, un significato. Qualcuno ricorda che quella mattina, poche ore prima del diluvio, erano stati effettuati dei voli di cloud seeding, piccoli aerei che disperdono particelle nelle nuvole per favorire la formazione della pioggia in una terra che ne vede pochissima. Il sospetto prende forma rapidamente: se hanno toccato il cielo, forse il cielo ha reagito.
È una logica antica. Cercare una mano dietro il disastro. È più facile attribuire la responsabilità a un gesto preciso che accettare un’atmosfera diventata, in silenzio, diversa da quella di prima.
Gli esperti interpellati nei giorni successivi sono stati molto chiari. Un meteorologo ha spiegato che in poche ore non si può creare pioggia dal nulla fino a provocare un evento da oltre quindici centimetri d’acqua: sarebbe come inventare un moto perpetuo. Un altro ha definito una teoria del complotto l’ipotesi che il seeding fosse all’origine dell’alluvione.
La spiegazione più accreditata non ha né un volto né un’intenzione. I climatologi parlano di un sistema temporalesco a mesoscala: nubi imponenti alimentate dal calore e da un’enorme quantità di umidità spinta verso l’alto. A questo si aggiunge un’atmosfera più calda, capace di trattenere più vapore acqueo, un fenomeno documentato da decenni ben prima che Dubai finisse sott’acqua.
Nessun interruttore, nessuna mano sul cielo.
Forse è proprio questa l’assenza più difficile da accettare. Non l’idea di essere manipolati, ma quella di non poter indicare un responsabile e di dover convivere con un’atmosfera che si comporta in modo nuovo, senza che nessuno abbia premuto un pulsante.
I voli di quella mattina sono rimasti, nei fatti, un dettaglio marginale: tentativi limitati di favorire qualche precipitazione, travolti da un evento più grande di loro.
A poco più di due anni di distanza, la stessa assenza di un colpevole si è ripresentata anche in Italia. Nell’estate del 2026 la Pianura Padana ha visto cadere chicchi di grandine grandi come palline da tennis, in alcuni casi fino a dieci centimetri di diametro, con un record di venti registrato in Friuli. Chi coltiva la terra in quelle zone ha visto scomparire il raccolto di un intero anno nel giro di pochi minuti, il tempo che mediamente dura una grandinata di questa intensità.
Anche in questo caso non serve immaginare una mano nascosta. Basta una nube temporalesca alimentata da correnti ascensionali di elevata intensità, capaci di tenere il ghiaccio sospeso mentre cresce strato dopo strato, fino a quando il suo peso diventa insostenibile. Più forti sono queste correnti, più grande diventa il chicco prima di precipitare. E un’atmosfera più calda, quella che ormai tutti respiriamo senza quasi accorgercene, accumula proprio quel tipo di energia.
Forse la domanda che resta non è chi abbia toccato quel cielo, ma quanto ancora siamo disposti a considerare naturale un cielo che si presenta sempre più diverso da quello che conoscevamo.
Fonti consultate: Royal Meteorological Society, “Dubai floods and cloud seeding” – https://www.rmets.org/metmatters/dubai-floods-and-cloud-seedingiversity of Reading, dichiarazione del Prof. Maarten Ambaum, “Cloud seeding did not cause Dubai floods, expert says” — https://www.reading.ac.uk/news/2024/Expert-Comment/Cloud-seeding-did-not-cause-Dubai-floods-expert-says
