“Arte in memoria” rassegna internazionale di arte contemporanea
Alla Sinagoga di Ostia antica torna la rassegna internazionale che intreccia arte contemporanea, memoria e attualità
di Ludovica Zurzolo
C’è un luogo, alle porte di Roma, dove le rovine non appartengono soltanto al passato. Alla Sinagoga di Ostia antica, la più antica sinagoga d’Occidente, risalente al II-III secolo d.C., la memoria continua infatti a essere una materia viva, instabile, attraversata dalle tensioni del presente. Dal 24 maggio al 27 settembre 2026 torna qui Arte in Memoria, la rassegna internazionale di arte contemporanea ideata e curata da Adachiara Zevi, giunta alla sua dodicesima edizione.
In un tempo segnato da guerre, polarizzazioni e conflitti identitari, la mostra assume un significato che va oltre l’evento culturale. Le artiste invitate quest’anno, l’israeliana Ella Littwitz e la polacca Natalia Romik, lavorano entrambe sul rapporto tra tracce, trauma e sopravvivenza culturale. Le loro opere, realizzate appositamente per la Sinagoga di Ostia, trasformano ancora una volta il sito archeologico in uno spazio di interrogazione collettiva.
Il presupposto teorico di Arte in Memoria è semplice quanto radicale: la nostra epoca è insieme ossessionata dalla memoria e dominata dall’oblio. Ricordiamo continuamente, attraverso anniversari, commemorazioni, archivi digitali, ma rischiamo sempre più spesso di svuotare il ricordo della sua capacità critica ed etica. La memoria diventa rituale, consumo simbolico, ripetizione automatica. E dunque inefficace.
Da qui nasce l’idea di coinvolgere artisti contemporanei chiamati non a “decorare” un luogo storico, ma ad abitarlo criticamente, creando opere che mettano in relazione storia e attualità. È una scelta che tocca anche una questione profondamente neuroscientifica: la memoria non è mai una registrazione neutra del passato, ma un processo dinamico di ricostruzione. Ricordare significa reinterpretare continuamente ciò che è stato alla luce del presente.
Le neuroscienze cognitive mostrano da tempo come memoria e identità siano inseparabili. Ogni società seleziona cosa conservare, cosa dimenticare, quali immagini tramandare e quali invece rimuovere. In questo senso, luoghi come la Sinagoga di Ostia diventano dispositivi culturali di elaborazione collettiva: non semplici monumenti, ma spazi attivi in cui il passato continua a produrre senso.
Le parole del direttore del Parco archeologico di Ostia antica, Alessandro D’Alessio, vanno proprio in questa direzione. In un momento storico in cui “i legami e le connessioni fra i popoli sembrano lacerarsi irrimediabilmente”, mantenere aperti i canali del dialogo culturale diventa un gesto politico oltre che culturale. Ostia, storicamente crocevia di commerci, lingue e religioni, viene così riletta come simbolo di convivenza possibile.
Anche Adachiara Zevi insiste sul valore del dialogo come antidoto a “un mondo uscito di senno”. Non è una formula retorica. La scelta di affidare questa edizione a un’artista israeliana e a un’artista polacca assume inevitabilmente una risonanza contemporanea fortissima: le opere di Ella Littwitz e Natalia Romik affrontano infatti la fragilità delle culture minacciate, la violenza della cancellazione, la necessità di preservare tracce materiali e simboliche.
L’arte contemporanea, in questo contesto, non offre consolazione. Piuttosto produce attrito. Costringe a sostare dentro le contraddizioni del presente.
Non a caso Arte in Memoria nasce ispirandosi all’esperienza della sinagoga di Stommeln, vicino Colonia, sopravvissuta al nazismo e dal 1990 affidata ogni anno all’intervento di un artista contemporaneo. Anche a Ostia, nel corso delle undici edizioni precedenti, si è costruito un dialogo permanente tra rovine archeologiche e arte contemporanea attraverso le opere donate da artisti come Sol LeWitt, Michael Rakowitz, Liliana Moro, Francesco Arena e Maria Eichhorn.
Quelle opere oggi restano visibili lungo il percorso che collega gli Scavi di Ostia all’aeroporto di Fiumicino: quasi un paesaggio della memoria disseminato nello spazio pubblico, attraversato quotidianamente da migliaia di persone spesso inconsapevoli.
La memoria pertanto non è mai qualcosa di concluso. È un esercizio fragile, continuamente minacciato dall’assuefazione, dalla velocità delle immagini, dalla saturazione informativa. Per questo ha bisogno di luoghi, di corpi, di visioni. E soprattutto di essere continuamente rimessa in discussione.
