OPINIONIPsicologia

VENTANNI CON L’ESPERIENZA DEI CINQUANTA

Come riconoscere i modelli familiari che influenzano le nostre relazioni e trasformare la consapevolezza del passato in una possibilità di cambiamento

Laura Pompili

Quante cose avremmo fatto diversamente se, a vent’anni, avessimo avuto l’esperienza dei cinquanta. E quante ne possiamo ancora cambiare.

Con il passare degli anni, può capitare di guardare indietro e riconoscere che alcune situazioni avrebbero potuto prendere strade diverse. Una parola detta a un figlio, una relazione portata avanti troppo a lungo, un confine che non abbiamo saputo mettere, una paura alla quale abbiamo dato più spazio del necessario.

A vent’anni abbiamo desideri, intuizioni e aspettative, ma poca esperienza. Non sappiamo quanto il nostro modo di amare, di reagire ai conflitti e di affrontare le difficoltà sia legato a ciò che abbiamo imparato durante l’infanzia. La famiglia rappresenta, infatti, il primo contesto nel quale sperimentiamo le relazioni e costruiamo le nostre aspettative affettive.

Anni fa, leggendo Ciao!… E poi? di Eric Berne, mi colpì proprio l’idea che nelle relazioni possiamo seguire copioni appresi molto presto, spesso senza rendercene conto.

La nostra esperienza di figli è anche il primo modello che abbiamo della genitorialità. Impariamo come si esprime l’affetto, come si manifesta la preoccupazione, come si stabiliscono i limiti e come si reagisce agli errori. Possiamo arrivare a confondere l’amore con il controllo, la protezione con il tentativo di evitare ogni rischio e l’incoraggiamento con la richiesta continua di risultati.

Poi diventiamo adulti e, senza accorgercene, possiamo ripetere lo stesso copione. Non è una condanna. È un’eredità e può essere riconosciuta, esaminata, trasformata.

Quello che a vent’anni non potevamo sapere e che con il tempo impariamo, è che non tutto ciò che ci è stato insegnato era necessariamente vero. Che alcune critiche ricevute non definivano il nostro valore. Che dire di no non significa essere cattivi. Che un figlio non ha bisogno di un genitore perfetto, ma di un adulto capace di riconoscere anche i propri errori.

A cinquant’anni possiamo comprendere cose che a venti ci sembravano incomprensibili proprio perché non le avevamo ancora vissute. Possiamo capire che l’amore e il controllo non sono la stessa cosa. Che proteggere qualcuno non significa impedirgli di sbagliare. Che una parola detta nel momento sbagliato può rimanere dentro e ferire una persona molto più a lungo di quanto immaginiamo.
Ma questa consapevolezza ha anche un lato doloroso: ci permette di vedere con maggiore chiarezza ciò che avremmo potuto fare diversamente. Il passato non si corregge e qui arriva il punto più difficile.
L’esperienza acquisita non può essere trasferita indietro nel tempo. Non possiamo tornare a ventanni con la mente di cinquanta. Non possiamo riscrivere una conversazione, cancellare una scelta o diventare il genitore che oggi sappiamo di voler essere stato. Possiamo però fare qualcosa di più concreto: interrompere la ripetizione.

La consapevolezza serve proprio a questo. A riconoscere un meccanismo prima di riproporlo. A fermarsi prima di pronunciare una frase che appartiene più alla nostra infanzia che alla persona che siamo diventati. A chiedersi, davanti a un figlio: sto reagendo a ciò che sta accadendo adesso o a qualcosa che ho imparato molto tempo fa?

Non è un percorso semplice. Guardarsi dentro può far emergere rabbia, rimpianti e fragilità che per molto tempo abbiamo preferito non affrontare. Ma è proprio attraverso questo lavoro che possiamo costruire relazioni più consapevoli, nelle quali il passato non determini automaticamente le nostre risposte.

La maturità, forse, non consiste nel non aver commesso errori, ma nella capacità di riconoscerli senza identificarsi completamente con essi. Significa accettare che, in alcuni momenti della nostra vita, abbiamo agito con gli strumenti che avevamo a disposizione, pur potendo oggi riconoscere alternative migliori.

Questa comprensione può modificare anche il rapporto con i nostri genitori. Riconoscere che, a loro volta, sono stati figli e che potrebbero aver ripetuto modelli appresi nella propria famiglia non significa giustificare ogni comportamento o negare le ferite ricevute. Significa guardare alla propria storia con maggiore complessità, distinguendo la comprensione dalla giustificazione.

A volte, da questa consapevolezza può nascere il perdono. Altre volte, semplicemente, una maggiore distanza dalla rabbia e la possibilità di accettare ciò che non può essere cambiato. In entrambi i casi, possiamo imparare a guardare con più tenerezza i nostri genitori e noi stessi, riconoscendo i limiti che hanno accompagnato le nostre esperienze.

Lavorare su noi stessi è un’impresa faticosa e a volte dolorosa, ma riuscire a guardarci profondamente dentro, può compiere anche il miracolo del perdono verso i nostri genitori che, come noi, non avevano da giovani strumenti diversi ed hanno probabilmente “recitato l’unico copione” che conoscevano. Possiamo riuscire a volgere uno sguardo di tenerezza a loro, ma soprattutto a noi stessi abbandonando le rabbie che ci siamo tirati dietro.