Giuseppe Modica, il fuoco nel mare della pittura
Al Mattatoio di Roma, quaranta opere hanno attraversato quasi trent’anni di ricerca tra luce e buio, memoria e spazio, realtà e dimensione metafisica
Di Ludovica Zurzolo
C’è una Sicilia sospesa tra realtà e immaginazione nella pittura di Giuseppe Modica, artista tra i più significativi della cosiddetta Nuova Metafisica. È quella Sicilia fatta di luce, geometrie, piazze, architetture e orizzonti che sembrano appartenere contemporaneamente alla memoria e al sogno. La mostra “Giuseppe Modica. Il fuoco nel mare”, ospitata al Mattatoio di Roma dall’11 al 25 settembre 2026, ha proposto un attraversamento della sua ricerca artistica attraverso quaranta opere di grandi dimensioni, realizzate tra il 1997 e il 2026.
Curata da Giuseppe Appella, con la direzione artistica di Carla Cerati Modica, l’esposizione non si è presentata come una tradizionale antologica. Le opere sono state accostate secondo una trama di affinità e richiami, costruendo un percorso nel quale il tempo cronologico lasciava spazio a quello della memoria e delle associazioni.
Il titolo della mostra prende spunto dal racconto siciliano “Il fuoco nel mare” di Leonardo Sciascia, legato alla leggenda di Colapesce. Nel racconto, il giovane che si immerge negli abissi scopre che la Sicilia è sostenuta da tre colonne, una delle quali, quella sotto l’Etna, è consumata dal fuoco del vulcano.
Fuoco e mare diventano così la metafora di una pittura costruita proprio sull’incontro degli opposti. Nelle opere di Modica convivono luce e oscurità, interno ed esterno, superficie e profondità, pieno e vuoto. Elementi apparentemente inconciliabili non si annullano, ma si rafforzano reciprocamente.
La sua pittura nasce da un rigoroso ordine geometrico, quasi matematico, ma conduce verso immagini capaci di aprire spazi di ambiguità e di mistero. Le architetture, le prospettive e i pavimenti sembrano riconoscibili, eppure qualcosa le sottrae alla semplice rappresentazione del reale.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca di Modica riguarda il rapporto con il tempo. Le immagini non sembrano appartenere a un unico presente: passato e presente si sovrappongono, mentre la memoria individuale si intreccia con quella collettiva e antropologica.
È proprio in questa dimensione che la pittura può diventare un luogo mentale. L’immagine riconoscibile conduce verso qualcosa di meno immediato: una sensazione, un ricordo, una suggestione che lo spettatore può riconoscere senza necessariamente riuscire a definirla.
Come ha scritto il curatore Giuseppe Appella, nelle opere di Modica alle immagini quotidiane risponde un’“immagine mitica”, capace di entrare negli angoli meno esplorati della coscienza e di risvegliare memorie, sogni e simboli.
Il percorso espositivo ha restituito così una pittura apparentemente silenziosa, ma attraversata da una forte tensione. La precisione delle forme non elimina il mistero: lo rende possibile.
Nel mondo di Modica la luce non serve soltanto a illuminare uno spazio, ma diventa materia della visione. Il buio non è semplice assenza, così come la superficie può suggerire una profondità che va oltre ciò che l’occhio riesce a misurare.
“Il fuoco nel mare” ha raccontato dunque una ricerca artistica sviluppata in oltre cinquant’anni, nella quale la geometria, la luce e la memoria diventano strumenti per interrogare il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che conserviamo dentro di noi.
Una pittura che parte dal mondo riconoscibile per condurre, quasi senza rumore, verso un territorio più profondo: quello dell’immaginazione e della memoria.
