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Oltre lo “svuotacarceri”: il problema strutturale delle carceri italiane

Carceri italiane sovraffollate, il nuovo “svuotacarceri” interviene su un problema che dura da oltre trent’anni

di Daniele Marandola

64.741 detenuti a fronte di 46.318 posti realmente disponibili. È questa la fotografia delle carceri italiane aggiornata al 31 maggio 2026. Numeri che descrivono un sistema con un tasso di affollamento superiore al 139% rispetto alla capienza regolamentare e ancora più elevato se rapportato ai posti effettivamente utilizzabili. È in questo scenario che il Parlamento ha approvato il nuovo disegno di legge ribattezzato dai media “svuotacarceri”.

Ma prima ancora di comprenderne il contenuto, vale la pena porsi una domanda più ampia: perché, da oltre trent’anni, ogni Governo torna prima o poi a intervenire sul sovraffollamento delle carceri?

La risposta è che non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa. Il sovraffollamento rappresenta una criticità che accompagna il sistema penitenziario italiano da decenni. Gli studi sul tema e i dati del Ministero della Giustizia mostrano come, a partire dagli anni Novanta, gli istituti penitenziari abbiano frequentemente ospitato un numero di detenuti superiore alla loro capienza, trasformando quello che un tempo era considerato un fenomeno occasionale in una condizione ricorrente. Le fasi di temporaneo alleggerimento si sono alternate, negli anni, a nuove situazioni di congestione, segno di un problema che continua a ripresentarsi.

Non è un caso che, nel corso degli ultimi trent’anni, Governi di diverso orientamento politico abbiano dovuto confrontarsi con la stessa questione. Sono cambiate le soluzioni proposte, gli strumenti normativi e le priorità politiche, ma il nodo del sovraffollamento è rimasto costantemente al centro del dibattito istituzionale, a dimostrazione del fatto che si tratta di una criticità strutturale e non della conseguenza di una singola stagione politica.

Ma quando un carcere può dirsi davvero sovraffollato?

La risposta è meno scontata di quanto si immagini. Non basta confrontare il numero dei detenuti con quello dei posti disponibili. Esiste infatti una differenza sostanziale tra capienza regolamentare e capienza effettiva. Quest’ultima tiene conto delle sezioni temporaneamente chiuse, dei reparti inagibili o interessati da lavori di manutenzione e degli spazi realmente utilizzabili. È proprio questa distinzione che spiega perché i posti effettivamente disponibili siano oggi circa 46 mila, ben al di sotto dei 51 mila previsti dalla capienza regolamentare. Comprendere questa differenza significa comprendere anche perché il tasso reale di affollamento sia ancora più elevato di quello generalmente riportato.

Le conseguenze non riguardano soltanto la disponibilità delle celle. Quando un istituto opera oltre la propria capacità aumentano inevitabilmente le difficoltà organizzative, cresce la pressione sul personale di Polizia Penitenziaria e diventa più complesso garantire attività lavorative, formative e percorsi di reinserimento sociale. Tutti aspetti strettamente collegati a quella funzione rieducativa della pena che l’articolo 27 della Costituzione pone tra i principi fondamentali del nostro ordinamento.

Nel corso degli anni, le risposte dello Stato hanno seguito strade diverse. Da un lato, gli interventi di edilizia penitenziaria, finalizzati ad aumentare la capacità ricettiva degli istituti; dall’altro, misure alternative alla detenzione e provvedimenti straordinari pensati per alleggerire la pressione sul sistema. Soluzioni differenti, accomunate però dallo stesso obiettivo: riportare il sistema entro livelli di sostenibilità, pur senza riuscire a eliminare definitivamente il problema.

È proprio in questo contesto che si inserisce il nuovo intervento del Governo Meloni. Il disegno di legge, sintetizzato dai media con l’espressione “svuotacarceri”, non introduce una liberazione generalizzata dei detenuti. Il provvedimento prevede, tra le principali novità, una particolare forma di detenzione domiciliare destinata, al ricorrere di specifici requisiti e sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, ai detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti inseriti in programmi terapeutici residenziali. La riforma si accompagna inoltre ad altre misure rivolte al rafforzamento dell’organizzazione penitenziaria e dell’edilizia carceraria, nella consapevolezza che una questione così complessa difficilmente possa essere affrontata attraverso un unico strumento.

Forse è proprio questa la risposta alla domanda iniziale. Ogni Governo, prima o poi, torna a confrontarsi con il sovraffollamento delle carceri perché non si trova davanti a un’emergenza passeggera, ma a una criticità strutturale che accompagna il sistema penitenziario italiano da oltre trent’anni. Cambiano i Governi, cambiano gli strumenti adottati, ma la sfida rimane la stessa: ricercare un equilibrio tra sicurezza, certezza della pena e funzione rieducativa.

Le carceri non raccontano soltanto come uno Stato punisce. Raccontano soprattutto come quello stesso Stato sceglie di amministrare la propria giustizia.