Quando il mondo finisce dietro una porta
Il barbonismo domestico racconta una forma di isolamento invisibile: persone che possiedono una casa ma che, lentamente, smettono di abitare il mondo e le relazioni che lo rendono vivo
di Laura Pompili
C’è una finestra che non viene aperta da settimane. La polvere si è depositata senza fretta, come fanno le cose quando nessuno le guarda davvero. In cucina una tazza aspetta ancora di essere lavata. Sul tavolo si accumulano carte, confezioni vuote, oggetti che sembrano aver perso il loro posto.
Da fuori nessuno vede nulla. La porta è chiusa. Il citofono funziona. L’appartamento esiste sulla mappa della città come tutti gli altri. Eppure, qualcosa si è ritirato.
La Treccani ha riportato l’attenzione su un fenomeno poco raccontato: il barbonismo domestico. Un’espressione che può sorprendere perché accosta due parole che sembrano appartenere a mondi diversi. Da una parte la casa, simbolo di protezione e appartenenza. Dall’altra il barbonismo, che richiama immediatamente l’esclusione sociale e la perdita di riferimenti.
La contraddizione è solo apparente. Esistono persone che possiedono una casa, una pensione, una rendita, una rete familiare lontana ma ancora presente. Persone che non vivono per strada e che, tuttavia, smettono lentamente di abitare il mondo. Il ritiro avviene tra quattro mura. Senza clamore, senza che qualcuno se ne accorga.
Non è una storia che riguarda soltanto il disordine. Questo è forse il primo equivoco da sciogliere.
Le immagini delle abitazioni coinvolte mostrano spesso accumuli di oggetti, stanze quasi impraticabili, corridoi trasformati in percorsi stretti. Ma il centro del fenomeno non è ciò che si vede. Gli oggetti sono il paesaggio, non la causa.
Sotto quegli strati c’è quasi sempre una frattura: un lutto, una separazione, la fine di un lavoro, una malattia. Oppure qualcosa di meno definibile: una perdita di aderenza al quotidiano che arriva poco alla volta. Come una crepa che attraversa il vetro e che, all’inizio, sembra insignificante.
La casa diventa dapprima un rifugio, poi una barriera e, infine, un confine. Le uscite si riducono. Le relazioni si assottigliano. Le telefonate vengono rimandate. Il tempo perde la sua forma abituale. Giorni e settimane finiscono per assomigliarsi.
Fuori il mondo continua a muoversi. Dentro si ferma qualcosa. Colpisce un dettaglio: molte delle persone coinvolte non corrispondono all’immagine stereotipata dell’emarginazione. Non sono necessariamente prive di risorse economiche. Non sempre vivono in condizioni estreme.
L’invisibilità nasce proprio qui, nella distanza tra ciò che appare e ciò che accade. Dietro una porta chiusa può esistere una solitudine che nessun vicino immagina. Un silenzio che cresce stanza dopo stanza. Una presenza che si restringe fino a occupare uno spazio sempre più piccolo.
Forse il barbonismo domestico racconta qualcosa che va oltre il fenomeno stesso. Racconta il bisogno umano di essere visti, di sentire che qualcuno potrebbe notare la nostra assenza prima ancora della nostra scomparsa.
Perché una casa non è fatta soltanto di muri. È fatta di passaggi, incontri, rumori familiari. Delle scarpe lasciate all’ingresso dopo una giornata qualunque. Del gesto quasi automatico di preparare un caffè per qualcuno che sta arrivando.
Quando quei movimenti smettono di esistere, restano gli oggetti. E gli oggetti, da soli, non riescono a tenere compagnia. La sera la luce continua ad accendersi nelle finestre della città. Migliaia di quadrati luminosi sospesi nel buio. Guardandoli da lontano è impossibile sapere quali custodiscano una presenza e quali, invece, stiano aspettando da tempo qualcuno che bussi.
Fonte: Treccani, “Barbonismo domestico”
