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Social network e rabbia online: quando lo spazio pubblico digitale diventa un’osteria virtuale

I social smettono di parlare e iniziano ad urlare

di Laura Pompili

I social network, nella loro fase iniziale, erano abitati soprattutto dai giovani. Un laboratorio informale in cui sperimentare linguaggi, identità e relazioni. Uno spazio caotico, certo, ma vivo. Con il tempo, però, lo spazio pubblico digitale è cambiato. Non solo per l’età dei suoi utenti, ma per il tono e la qualità delle conversazioni.

Con il passare degli anni, sono arrivati gli adulti e con loro non è cambiata solo l’età media degli utenti, ma soprattutto il clima della conversazione online.

L’ingresso massiccio degli adulti nei social network non ha portato automaticamente a un dibattito più maturo. Al contrario, molte persone hanno riversato frustrazioni personali, rabbie represse e risentimenti sociali nascondendosi dietro profili con immagini neutre: gatti, paesaggi, simboli anonimi.
Questa dinamica ricorda ciò che prima restava confinato al bar o all’osteria: uno sfogo privato apparentemente anonimo e privo di conseguenze, ora amplificato e visibile a tutti. Protetti dallo schermo e dall’illusione dell’anonimato, molti si sentono autorizzati a dire ciò che nella vita reale non oserebbero nemmeno pensare ad alta voce.

Il nodo centrale non è una questione anagrafica in senso stretto. Esistono giovani capaci di dialogo e adulti altrettanto responsabili, ma è innegabile che una larga parte degli utenti arrivati sui social in età matura non abbia mai acquisito una vera alfabetizzazione digitale ed emotiva. Molti utenti vedono i social come estensione del privato, dimenticando che ogni parola contribuisce allo spazio pubblico digitale dove le parole hanno peso e conseguenze.

La psicologia sociale definisce questo fenomeno come “disinibizione online” (John Suler): la distanza fisica e l’assenza di contatto diretto riducono empatia e autocontrollo, favorendo comunicazioni impulsive e aggressive.

A complicare il quadro interviene il ruolo delle piattaforme. I contenuti che suscitano rabbia e indignazione ottengono maggiore visibilità, perché generano interazioni. Gli algoritmi, quindi, incentivano la polarizzazione. L’aggressività diventa norma, mentre il linguaggio moderato viene penalizzato.

Il risultato è chiaro: si parla molto, ma si comunica poco. L’opinione diventa reazione, il confronto un fastidio e l’insulto un segno di autenticità. Non è censura o nostalgia: è una questione di responsabilità culturale. Gli strumenti digitali sono potenti, ma l’uso che ne facciamo spesso rivela una profonda immaturità collettiva.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno spazio pubblico digitale degradato, dove l’insulto viene scambiato per opinione e il confronto per debolezza. Non è censura ciò che manca, ma cultura. Non è silenzio, ma responsabilità.

La sfida, oggi, non è ripensare i social solo come tecnologia, ma come pratica culturale. Significa imparare a stare nello spazio digitale con la stessa attenzione richiesta nello spazio fisico. Recuperare il valore del limite, dell’ascolto e della parola ponderata. Recuperare il senso dei social come luoghi di scambio e non di sfogo, di educazione, consapevolezza emotiva e, soprattutto, la capacità di riconoscere che dietro ogni profilo c’è una persona reale. Altrimenti continueremo a chiamare “dibattito” quello che, in fondo, è solo una grande osteria virtuale: rumorosa, rancorosa e sempre più vuota di pensiero. Una grande fragilità collettiva culturale.