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Quando leggere non basta: l’Italia dei “semi-alfabeti”

Quasi un adulto su tre non riesce a comprendere testi complessi: l’analfabetismo funzionale è invisibile, ma diffuso.

di Laura Pompili

Dichiararsi analfabeti è semplice: significa non saper leggere, né scrivere. Riconoscersi come analfabeti funzionali, invece, è molto più complesso. Chi ammetterebbe mai di avere difficoltà a comprendere un testo, interpretare informazioni o usarle in modo critico? Eppure, i dati raccontano una realtà diversa: l’analfabetismo funzionale è diffuso e, soprattutto, invisibile.

In Italia il fenomeno è particolarmente rilevante. Secondo le principali indagini nazionali e internazionali, una quota significativa della popolazione adulta ha difficoltà a comprendere testi scritti di media complessità, interpretare grafici o utilizzare informazioni per prendere decisioni consapevoli. Questo riguarda non solo chi ha bassi livelli di istruzione, ma anche persone diplomate e persino laureate. Il titolo di studio, dunque, non garantisce automaticamente competenze cognitive e linguistiche adeguate: molti sanno leggere, ma faticano a capire davvero ciò che leggono.

Le conseguenze sono profonde. L’analfabetismo funzionale incide sulla vita quotidiana, sul lavoro e sulla partecipazione pubblica, favorendo disinformazione e semplificazioni estreme. In una società sempre più digitale, e interconnessa, questa fragilità diventa un limite strutturale per l’intero Paese.

I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. In Europa circa un adulto su cinque è analfabeta funzionale; in Italia quasi uno su tre. Anche tra i laureati, circa uno su otto presenta difficoltà significative nella comprensione di testi complessi. Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), tra le cause principali figurano percorsi formativi troppo teorici o settoriali, lo scarso esercizio della lettura complessa nella vita quotidiana e professionale e la progressiva perdita di competenze nel tempo.

L’analfabetismo funzionale, dunque, non è un fenomeno limitato alle persone con un basso titolo di studio. È presente anche tra chi possiede un livello educativo elevato, come una laurea o un titolo terziario, sebbene in percentuale inferiore rispetto alla popolazione con livelli di istruzione più bassi. Questo conferma che il percorso formale di studi non sempre si traduce in reali competenze di comprensione, analisi e uso critico delle informazioni.

Affrontare il problema richiede un investimento continuo nella formazione permanente, nella comprensione del testo e nell’educazione ai media. Senza queste competenze, il rischio è avere una società formalmente istruita ma incapace di interpretare davvero la realtà che la circonda.

https://www.oecd.org/en/about/programmes/piaac.html

https://www.oecd.org/en/publications/education-at-a-glance-2025_1c0d9c79-en/full-report/reader-s-guide_c747c85e.html