AttualitàInformaticaPsicologia

Perché continuiamo a scrollare anche quando siamo stanchi?

Una lettura psicologica dello scrolling compulsivo e del bisogno di fermarsi

di Gloria Gammarino

Prima o poi succede a tutti. C’è stanchezza, talvolta anche il sonno, oppure ci si trova in una pausa dal lavoro o dallo studio. Si prende il cellulare e si inizia a scrollare. Si sa che sarebbe il momento di fermarsi, eppure si continua a scorrere: un video dopo l’altro, un post dopo l’altro. Non perché l’esperienza sia realmente gratificante, ma perché interrompere può risultare più faticoso che proseguire. Da qui possono subentrare anche autogiudizio e conclusioni poco funzionali, come “non riesco mai a staccare”, “perdo tempo”, “non ho autocontrollo.

Dal punto di vista psicologico, lo scrolling compulsivo ha poco a che fare con l’autocontrollo e molto a che fare con il funzionamento del cervello e del sistema emotivo. Infatti, in psicologia, quando un comportamento si ripete, è perché svolge una funzione specifica. Può configurarsi come una strategia di regolazione emotiva, ovvero una risposta alla stanchezza, alla noia, alla solitudine o all’ansia. Le motivazioni possono essere molteplici e non sempre facilmente individuabili. I social, inoltre, sono progettati per mantenere l’attenzione il più a lungo possibile: feed infiniti, contenuti sempre nuovi e appetibili, ricompense imprevedibili. Tutti elementi che rendono difficile individuare un punto di arresto. Il risultato è che molte persone iniziano a scrollare in modo intenzionale, ma continuano senza più accorgersene. Il gesto diventa automatico, mentre la sensazione di stanchezza tende ad aumentare.

Il problema è che l’effetto gratificante dei post che scorrono è di breve durata. Di conseguenza, il comportamento tende a ripetersi, per protrarre quello pseudo piacere, spesso senza che vi sia una piena consapevolezza.

Uno degli equivoci più comuni è considerare lo scrolling una pausa. In realtà, scorrere contenuti richiede un’attenzione continua e mantiene il cervello in uno stato di attivazione. In questi momenti spesso non si è realmente presenti: si è occupati, ma non nutriti. Durante lo scrolling, il corpo invia segnali chiari — come affaticamento visivo, tensione muscolare o respiro superficiale — che tuttavia passano in secondo piano quando l’attenzione è catturata dallo schermo. In alcuni casi, sarebbe necessaria una pausa proprio da ciò che viene utilizzato come pausa. In queste situazioni, il problema non è lo scrolling in sé, ma il fatto che sia diventato l’unico modo per fermarsi.

Questo non implica una demonizzazione dei social né l’idea che debbano essere eliminati. Il punto non è il controllo rigido nell’uso o la ricerca di regole perfette, ma l’ascolto dei segnali. Fermarsi, anche solo per un momento, per interrogarsi sulla funzione che lo scrolling sta svolgendo: se stia evitando qualcosa, se stia cercando qualcosa o se vi sia una reale consapevolezza del gesto.

Continuare a scrollare quando si è stanchi non rappresenta un fallimento personale. È spesso il segnale di un bisogno non riconosciuto o di una strategia che non risulta più efficace. Comprendere la funzione di questo comportamento costituisce il primo passo verso un utilizzo più consapevole o verso l’individuazione di alternative più adeguate quando vi è un reale bisogno di riposo. A volte non è necessario un altro contenuto: è necessario fermarsi.