L’intelligenza artificiale a scuola: in Cina neurotecnologie per monitorare l’attenzione degli studenti
Dispositivi che rilevano le onde cerebrali degli alunni promettono di misurare la concentrazione in classe. Ma crescono i dubbi su privacy, bioetica e impatto sullo sviluppo dei bambini
di Rosa Buzzi
Il binomio intelligenza artificiale scuola apre scenari del tutto inediti e inquietanti per il futuro dell’educazione. L’introduzione di dispositivi per il rilevamento delle onde cerebrali negli istituti primari cinesi solleva interrogativi di natura pedagogica ed etica di primaria importanza.
Questi strumenti si prefiggono lo scopo di quantificare il livello di concentrazione in tempo reale. Il monitoraggio dell’attenzione degli studenti avviene tramite interfacce che trasmettono i dati ai pannelli dei docenti e agli smartphone delle famiglie. Questo nuovo paradigma educativo necessita di una disamina scientifica rigorosa che ne evidenzi le profonde criticità.
Sul piano cognitivo la conversione dell’impegno mentale in una metrica numerica costante rischia di alterare in modo sostanziale i normali processi di apprendimento. L’attenzione umana è per sua natura fluttuante e richiede pause e momenti di decompressione. Imporre uno standard di focalizzazione ininterrotta genera un grave sovraccarico cognitivo.
L’ingresso delle neurotecnologie in aula espone i più piccoli a operare sotto l’effetto di una sorveglianza algoritmica continua. La letteratura psicologica associa tale condizione a una riduzione della motivazione intrinseca, compromettendo il piacere di nuove conoscenze.
In aggiunta emerge una problematica bioetica rilevanti la normalizzazione del controllo sui minori. La tutela della privacy bambini viene in questo modo completamente subordinata all’efficienza accademica e alla produttività. L’interiorizzazione di simili dinamiche di sorveglianza in una fase cruciale dello sviluppo psicologico rischia di formare futuri cittadini assuefatti alla totale trasparenza dei propri stati mentali. In tale contesto, il rapporto educativo perde la sua valenza originaria e la relazione formativa viene pericolosamente ridotta a una fredda transazione di dati comportamentali.
Il processo di istruzione, tuttavia, non può essere in alcun modo equiparato a un addestramento mirato alla massimizzazione di performance quantificabili. Risulta pertanto fondamentale ribadire la centralità del fattore umano e relazionale nella didattica quotidiana. Le attuali derive tecnocratiche che tendono a ridurre l’alunno a un semplice flusso di dati neurali minacciano l’integrità dello sviluppo infantile e compromettono le basi stesse della futura libertà cognitiva degli individui.
