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ll malato immaginario: Molière, l’ipocondria e il bisogno di essere visti

Un classico del Seicento diventa specchio delle nostre ansie contemporanee, tra medicina, paura e identità

di Ludovica Zurzolo

Dal 27 gennaio al 1° febbraio 2026, Il malato immaginario torna in scena alla Sala Umberto di Roma in una nuova versione firmata da Andrea Chiodi, con Tindaro Granata, dopo il successo delle loro precedenti collaborazioni su Goldoni e Shakespeare, che avevano portato Granata alla candidatura al Premio Ubu.

Scritto nel 1673, Il malato immaginario è l’ultimo testo di Molière e anche uno dei suoi più taglienti, un attacco alla medicina del tempo, ai suoi rituali vuoti, ai medici trasformati in autorità dogmatiche più che in curanti. Ridurre quest’opera a una semplice satira sarebbe però limitante. Come scriveva Giovanni Macchia, Molière è “uno scienziato delle nevrosi” un autore che indaga l’animo umano con la precisione di un clinico e la lucidità di chi conosce intimamente il dolore.

Nella realtà Molière era malato davvero, ossessionato dalla morte, e sapeva che il riso poteva essere una forma di difesa contro ansia, malinconia e gelosia. Dietro la comicità farsesca del testo si intravede così un autoritratto, un gioco sottile tra presenza e assenza, tra scena e vita.

È da qui che prende avvio l’esplorazione registica di Andrea Chiodi, affascinato da una celebre battuta dell’opera: “Gli uomini muoiono più per via dei farmaci che per via delle malattie”. Una frase che oggi suona inquietante e sorprendentemente attuale, capace di interrogare il nostro rapporto con il corpo, la cura e l’ansia di controllo.

Il Malato immaginario di Chiodi è onirico, irriverente e profondamente contemporaneo. Al centro c’è Argante, ipocondriaco ossessionato dalla propria salute, circondato da medici inetti e farmacisti scaltri, pronti ad alimentare le sue paure per interesse personale. Come l’avaro Arpagone, Argante è vittima di se stesso: burattino nelle mani altrui, prigioniero di un’ossessione che diventa il vero motore della sua esistenza.

Nelle note di drammaturgia, Angela Dematté mette in luce il contesto umano e artistico in cui nasce l’opera. Molière scrive Il malato immaginario in un momento di isolamento e conflitto: attaccato socialmente, in rotta con la corte, sostituito dal nuovo favorito del re. Argante diventa allora una maschera dietro cui si nasconde un bisogno profondo: quello di sospendere la vita, di “ammalarsi” per non dover affrontare la realtà.

Come osservava Cesare Garboli, la malattia di Argante è un sedativo, un rifugio infantile, un modo per difendere il diritto a essere accuditi. Una dinamica che risuona con forza nel presente: oggi più che mai esibiamo fragilità, raccontiamo i nostri malanni, cerchiamo uno sguardo che ci riconosca. Mostrarsi malati diventa un modo per esistere.

Anche la regia di Chiodi insiste su questo nodo centrale. Il celebre grido di Argante: “Io sono il malato!” diventa il grido di un artista che teme di essere messo da parte, non ascoltato, non più necessario. In scena, il teatro si fa confessione estrema: un luogo in cui si può scegliere di “ammalarsi” per sopravvivere alla durezza del mondo.

Morendo poco dopo aver interpretato il suo Argante, Molière sembra affidarci un messaggio essenziale e ancora attualissimo: si esiste solo se si è guardati. E talvolta, si arriva perfino a morire per essere visti.

 

INFO SALA UMBERTO

Via della Mercede, 50, 00187 Roma – prenotazioni@salaumberto.com

Mar 27/01 20:30

Merc 28/01 20:30

Giov 29/01 19:00

Ven 30/01 20:30

Sab 31/01 16:00

Dom 01/02 16:00

Durata: 120 minuti

Prezzo biglietto da 34€ a 22€ ,disponibili su www.salaumberto.com – www.ticketone.it