Il mito dell’autostima alta
Quando inseguire un’immagine sempre positiva di sé può indebolire il benessere psicologico
di Gloria Gammarino
Negli ultimi decenni la psicologia ha iniziato a mettere in discussione il costrutto dell’autostima, non perché l’autostima sia inutile, ma perché idealizzarla come obiettivo primario contro insicurezze, fallimenti e sofferenza emotiva può risultare una semplificazione fuorviante.
Quando l’autostima diventa un problema? L’idea che “più autostima = più salute mentale” è profondamente incatenata nel pensiero comune, ma, se elevata a mantra, rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno complesso. L’autostima, infatti, può essere alta ma fragile, cioè dipendente da risultati, approvazione altrui o confronto sociale. Da tale configurazione deriva un’ipersensibilità alle critiche, per cui un giudizio esterno può trasformarsi in una vera e propria ferita di un Io strutturalmente fragile. Di conseguenza, si ricercano costantemente conferme nel mondo e negli altri, con l’obiettivo di mantenere a galla una rappresentazione di sé che non può mai annegare. Si mettono in atto strategie di evitamento del fallimento, limitando l’esposizione e rimanendo nella propria comfort zone, nel tentativo di preservare un’integrità dell’Io altrimenti percepita come minacciata. In tutti questi casi, un’alta autostima non protegge dal dolore: può amplificarlo.
Diversi studi hanno mostrato che un’autostima instabile è associata a reazioni difensive, rabbia e oscillazioni emotive più intense rispetto a un’autostima moderata ma stabile; forse il segreto risiede in una posizione intermedia.
Uno dei nodi centrali del mito dell’autostima alta è rappresentato dall’equazione implicita “Valgo solo se funziono”. In una cultura orientata alla produttività e all’immagine, l’autostima assume spesso la funzione di termometro del successo, piuttosto che di indicatore del valore personale. Il risultato è che, quando le cose vanno bene, ci si sente “degni”, mentre, quando si fallisce, la sofferenza non riguarda esclusivamente l’evento, ma ciò che il fallimento stesso sembra dire della persona.
Un aspetto poco discusso è che il benessere psicologico non dipende tanto dal livello di autostima, quanto dalle modalità con cui vengono gestite le emozioni nei momenti in cui l’autostima vacilla. Le persone con un’autostima non particolarmente alta, ma dotate di una buona capacità di autoregolazione, tendono a tollerare meglio l’errore e a recuperare più rapidamente dalle sconfitte, poiché restano in contatto con i propri bisogni e non si identificano completamente con i risultati.
Negli ultimi anni, la ricerca psicologica ha progressivamente spostato l’attenzione verso costrutti più flessibili; tra questi rientra l’autocompassione (Kristin Neff). Non si tratta di compatirsi, ma di trattarsi con umanità quando si sbaglia. L’autocompassione si fonda su tre componenti principali: la gentilezza verso sé stessi, contrapposta all’autocritica severa; il riconoscimento della comune umanità, che consente di leggere l’errore e la sofferenza come esperienze condivise e non come fallimenti personali isolati; la consapevolezza emotiva, che permette di osservare il disagio senza esserne completamente travolti.
A differenza dell’autostima, l’autocompassione non richiede valutazioni positive di sé, né dipende dal successo o dalla performance. Non coincide con il “mi piaccio sempre”, ma con il “posso stare con me anche quando non mi piaccio”. Non elimina l’insicurezza, ma la rende vivibile.
Il punto, dunque, non è abbassare l’autostima, né smettere di coltivarla, bensì smettere di farne il pilastro centrale del benessere. Una buona salute psicologica non nasce dal sentirsi costantemente adeguati, ma dalla possibilità di riconoscersi inermi, fallibili e incoerenti senza perdere il diritto di esistere.
