Esteban Vicente, la realtà come misura della pittura
Rigore, colore e luce nell’opera dell’unico esponente spagnolo della Scuola di New York
di Patrizia Miracco
Inaugurata all’Instituto Cervantes di Roma Esteban Vicente. Il pittore della realtà, “realtà” che per Vicente è una categoria etica e percettiva, una tensione costante verso ciò che nella pittura resiste all’artificio, all’eccesso, alla retorica del gesto.
Per la prima volta in Italia, trentatré opere realizzate tra il 1950 e il 1997 raccontano il percorso di uno dei protagonisti più appartati e coerenti dell’Espressionismo Astratto americano. Un artista spagnolo che visse l’esilio come condizione permanente, trasformando lo sradicamento in lingua pittorica, capace di unire l’austerità iberica con il lirismo cromatico.
Il riferimento dichiarato è a una riflessione di Vicente raccolta da Irving Sandler nel 1968, in cui l’artista oppone alla tradizione francese e italiana un “profondo senso della realtà” tipicamente spagnolo. Una realtà non spettacolare, non decorativa, ma asciutta, necessaria, persino severa. La curatrice Ana Doldán de Cáceres costruisce l’intero percorso espositivo a partire da questa idea, selezionando opere che mostrano il rifiuto dell’artificioso, la ricerca dell’ordine e un uso della materia ridotto all’essenziale.
La mostra si apre emblematicamente con Untitled (1950), un piccolo collage che segna l’inizio della maturità artistica di Vicente. Il collage come strumento conoscitivo: strappi, sovrapposizioni, trasparenze diventano un modo per interrogare la pittura nella sua sostanza, nel suo farsi. La carta suggerisce il peso della materia, mentre la composizione rivela una costruzione attenta, mai casuale.
Negli anni Cinquanta, la pittura di Vicente si muove entro un linguaggio gestuale che può richiamare De Kooning, ma se ne distacca per una qualità più lirica e controllata. Le masse cromatiche, spesso declinate in tonalità ocra e terrose, non esplodono: si organizzano, dialogano, trovano un equilibrio interno che diventerà una costante. Progressivamente, le forme si fanno più ordinate, rettangolari, immerse in uno spazio che vibra secondo una dinamica di push and pull debitrice di Hans Hofmann, ma reinterpretata con un rigore tutto personale.
Unico artista di origine spagnola appartenente alla prima generazione degli espressionisti astratti, Vicente arriva negli Stati Uniti nel 1936, in coincidenza con lo scoppio della Guerra Civile spagnola. La sua adesione alla causa repubblicana e il successivo incarico consolare a Filadelfia precedono l’ingresso nel cuore della Scuola di New York. Al Cedar Tavern incontra Pollock, Kline, De Kooning; ma, a differenza di molti suoi compagni di strada, non farà mai del gesto una mitologia.
A partire dalla fine degli anni Sessanta, la sua ricerca si concentra sui campi di colore. Scompaiono le tracce gestuali e si affermano composizioni quasi architettoniche, costruite attraverso gradazioni ampie e profili sfumati. Il passaggio tecnico è decisivo, Vicente sostituisce il pennello con l’aerografo, alla ricerca di una saturazione cromatica capace di catturare la luce.
“Il colore è la luce”, affermava, ribaltando ogni gerarchia tra forma e illuminazione. In questi lavori, il colore non è mai trasparente o decorativo. È denso, opaco, austero. Nel suo saggio del 1964, La pittura dovrebbe essere povera, Vicente scrive di aspirare a una luminosità ottenuta senza effetti, senza seduzioni facili. La povertà di cui parla non è privazione, ma concentrazione: ogni scelta cromatica deve essere necessaria.
Negli anni Ottanta, la natura riemerge come fonte d’ispirazione, non come paesaggio riconoscibile ma come energia organica. Le forme si ampliano, la tavolozza si arricchisce, la superficie pittorica diventa un campo più libero, attraversato da una vitalità controllata. Negli anni Novanta, Vicente combina aerografo, stencil e gesto pittorico, fino ad abbandonare progressivamente la prima tecnica e avvicinarsi a una figurazione rarefatta, quasi evaporata, in cui il pigmento si fa leggero, trasparente.
Il percorso si chiude con disegni e piccole sculture — i toys o divertimenti — realizzati con materiali di recupero. Opere intime, ludiche, che rivelano un altro volto dell’artista: quello di un equilibrio fragile tra gioco e disciplina, libertà e misura.
In un’epoca in cui l’arte va dall’iperproduzione alla spettacolarizzazione, la mostra romana restituisce la figura di un pittore per il quale la realtà non era un soggetto, ma una responsabilità. Una realtà da abitare con rigore, attraverso il colore, la luce e una costante fedeltà alla pittura stessa.
Informazioni sulla mostra
Esteban Vicente. Il pittore della realtà
Instituto Cervantes di Roma, Sala Dalí
Piazza Navona 91, Roma
Date: 29 gennaio – 2 maggio 2026
Orari:
– martedì–venerdì: 14.00–20.00
– sabato: 12.00–20.00
– domenica e lunedì: chiuso
Ingresso: libero
A cura di: Ana Doldán de Cáceres
Organizzazione: Instituto Cervantes di Roma e Museo d’Arte Contemporáneo Esteban Vicente di Segovia
