CulturaRecensione

Babies. Anatomia rock di una giovinezza

Il romanzo postumo di Luigi Pavone racconta l’intensità emotiva di una generazione

di Giuseppe Sciarra

Pubblicato da SEM libri, Babies è un libro che attraversa il dolore senza mai smettere di pulsare di vita. L’autore, Luigi Pavone, giovane scrittore di Campobasso scomparso a soli trentaquattro anni, consegna in quest’opera postuma una narrazione che ha il sapore dell’urgenza. Babies non è un’autobiografia dichiarata, ma un testo fortemente autobiografico: la vita dell’autore filtra attraverso pensieri, passioni, amicizie, amori, ossessioni. È una scrittura che si offre come confessione e, insieme, come tentativo di comprensione.

La prosa è stata definita “rock’n’roll”, e l’etichetta è quanto mai pertinente. Pavone adotta un approccio da vero rocker iconoclasta: salti narrativi, riflessioni filosofiche mai addomesticate, parole in libertà che non smarriscono però il senso della storia. La voce alterna prima e terza persona, introducendo la figura di Peacock, alter ego del protagonista, con cui l’autore si sdoppia quasi a prendere distanza da sé stesso per osservarsi meglio. Questo gioco di specchi non è mero artificio stilistico, ma un dispositivo che restituisce il conflitto interiore di chi sente “troppo”.

La struttura segue un movimento in due tempi. Nella prima parte, il lettore è immerso nell’infanzia e nell’adolescenza: la passione per il calcio e per il tennis, le amicizie che sembrano eterne, le gioie e i traumi dei sentimenti. È la provincia che vibra di sogni, con l’età giovane che li amplifica e cristallizza apparentemente il tempo. Nella seconda parte, invece, il tono subisce un progressivo mutamento: emerge la zona d’ombra, il bipolarismo che amplifica ogni emozione, trasforma i cambiamenti e le separazioni in fratture profonde, incrina l’incanto.

La diagnosi della malattia segna uno spartiacque narrativo e simbolico. Da quel momento la scrittura si fa più essenziale, più sbilenca, quasi frammentata: la forma stessa del libro riflette il malessere del protagonista. La nostalgia per gli amici che hanno preso altre strade e per un amore giovanile mai davvero superato diventa materia viva, bruciante.

In questa tensione tra euforia e abisso, Babies assume i tratti di un racconto generazionale. La gioia e l’ebbrezza degli anni della formazione si scontrano con la depressione e con un’ombra che sottrae senso giorno dopo giorno. Il riferimento a Pier Vittorio Tondelli, esplicitamente citato nel libro, non è casuale: anche qui la provincia diventa teatro di un’intensità emotiva assoluta, luogo in cui l’identità si costruisce e si smarrisce.

Babies è un’opera che parla soprattutto ai giovani di oggi — e a quelli di ieri che non hanno dimenticato chi sono stati. È una storia che non consola, ma illumina. E suggerisce che vivere intensamente può essere un dono e, insieme, una ferita.