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Autolesionismo: la sofferenza emotiva che passa dal corpo

Quando il disagio interiore non trova parole, il corpo diventa il luogo in cui il dolore si manifesta

di Gloria Gammarino

È come se, dentro alcune persone, ci fosse un silenzio assordante. Un vuoto così profondo da diventare quasi insopportabile. In quel vuoto, anche il dolore fisico può trasformarsi in un sollievo: perché almeno si sente qualcosa.

E non si tratta di casi isolati. L’autolesionismo in adolescenza è oggi un fenomeno molto diffuso, anche se spesso invisibile. Le ricerche internazionali mostrano che circa 1 adolescente su 5 (tra il 18% e il 22%) ha messo in atto almeno una volta comportamenti di autolesivi. Questi numeri raccontano una sofferenza collettiva, che non può essere letta solo a livello individuale.

Il fenomeno si inserisce infatti in un contesto più ampio, quello di una società sempre più instabile e incerta. Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto il nostro tempo come una “società liquida”: un mondo in cui i punti di riferimento sono fragili, le relazioni più precarie e l’identità personale più esposta al cambiamento e all’insicurezza. In questo scenario, anche la salute mentale sembra diventare più vulnerabile. Gli adolescenti crescono in un ambiente in cui è più difficile trovare stabilità, continuità e strumenti per dare senso a ciò che si prova.

L’autolesionismo nasce spesso da qui. Non è un desiderio di morire, ma un tentativo — disperato e silenzioso — di stare meglio, di gestire emozioni che sembrano troppo grandi o troppo confuse per essere espresse a parole. Tagliarsi o ferirsi diventa allora un modo per distrarsi da un turbamento interno, per placare l’ansia o per dare una forma concreta a ciò che dentro non ha nome. Per chi lo vive, il dolore fisico può essere preferibile al senso di vuoto. È come se fosse una prova tangibile di vivi, poiché capaci di sentire ancora qualcosa. In un certo senso, è come accendere una luce in una stanza buia, anche se quella luce brucia.

A volte, questo gesto ha anche un effetto calmante. Il corpo sembra rallentare, il respiro si regolarizza, la mente si fa meno caotica. È come se, per un attimo, tutto tornasse sotto controllo. Proprio per questo, l’autolesionismo può trasformarsi in una strategia per affrontare il dolore emotivo, un modo per sentirsi di nuovo “agenti” della propria esperienza, anche se in una forma che, nel lungo periodo, fa male.

Dietro questi comportamenti, spesso si nascondono emozioni profonde e difficili da sostenere. Tra queste, la vergogna ha un ruolo importante: un senso persistente di non essere abbastanza, di essere sbagliati. Non sempre si mostra apertamente — anzi, può mascherarsi dietro rabbia, irritazione o ostilità. Ma resta lì, come un sottofondo costante. Insieme alla vergogna, c’è spesso una voce interiore molto dura, fatta di autocritica e giudizio.

Comprendere l’autolesionismo significa allora cambiare sguardo. Non è “solo” un comportamento da fermare, ma un segnale da ascoltare. Racconta di una sofferenza che non ha trovato altre vie per esprimersi. E proprio da questo ascolto — empatico, non giudicante — può iniziare un percorso diverso, in cui il dolore non debba più passare attraverso il corpo per essere riconosciuto.