Cultura

La realtà diventa una narrazione. Cinque libri da rileggere

Da Orwell a Pirandello, fino a García Márquez, cinque libri del Novecento che interrogano ancora il nostro rapporto con la verità

di Laura Pompili

Basta aprire un giornale, scorrere le notizie sul telefono o ascoltare due persone discutere dello stesso avvenimento per avere una sensazione singolare: la realtà è una, ma le sue versioni sembrano infinite.

Non è soltanto una questione di opinioni. Cambiano le parole, cambiano le immagini, cambia il contesto nel quale un fatto viene inserito. E, poco alla volta, cambia anche il modo in cui quel fatto viene percepito.

Forse è proprio per questo che alcuni romanzi del Novecento continuano a sembrare sorprendentemente vicini al nostro presente.

In 1984, George Orwell aveva immaginato un potere capace di intervenire non soltanto sulla vita degli individui, ma sulla loro stessa possibilità di distinguere il vero dal falso. La manipolazione della memoria, il controllo del linguaggio e la riscrittura del passato diventano strumenti attraverso i quali il potere non si limita a raccontare la realtà: cerca di stabilirla.

La distanza dal mondo di Winston Smith è evidente. Non viviamo nella società descritta da Orwell. Eppure la sua domanda rimane attuale: che cosa accade quando la narrazione di un fatto diventa più potente del fatto stesso?

Con La fattoria degli animali, Orwell aggiunge un’altra inquietudine: il potere può cambiare il significato delle parole fino a rendere irriconoscibili le promesse da cui era partito.

Poi c’è Pirandello. In Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Moscarda scopre qualcosa di destabilizzante: non esiste una sola immagine di noi stessi. Esistono tante immagini quanti sono gli occhi che ci guardano.

È un’intuizione che oggi sembra uscita dal labirinto digitale. Una persona può essere contemporaneamente ciò che pensa di essere, ciò che gli altri credono che sia, ciò che mostra sui social e ciò che un algoritmo ricava dai suoi comportamenti. La propria identità non è più soltanto qualcosa che si possiede: è qualcosa che viene continuamente interpretato.

In Sei personaggi in cerca d’autore porta questa frattura ancora più avanti. Qui il problema diventa il confine tra realtà e rappresentazione. Chi sono i personaggi senza la storia che li racconta? E quanto della nostra percezione del mondo dipende ormai dalla forma attraverso cui ci viene mostrato?

La domanda riguarda anche la geopolitica. Uno stesso conflitto può essere raccontato in modi radicalmente diversi da Paesi, governi e mezzi di informazione differenti. Questo non significa che tutte le versioni abbiano lo stesso valore o la stessa attendibilità. Significa che la realtà contemporanea passa inevitabilmente attraverso una battaglia per la sua rappresentazione.

Infine, Cent’anni di solitudine di García Márquez, forse il più lontano dalla cronaca e, proprio per questo, uno dei più profondi. A Macondo la storia sembra ripetersi perché la memoria si perde. Gli uomini dimenticano ciò che è accaduto e finiscono per ritrovarsi dentro gli stessi errori, come se il tempo non fosse una linea ma un cerchio.

Forse nessuno dei cinque romanzi, preso da solo, racconta il nostro presente. È il loro incontro a farlo emergere.

Orwell mostra un potere che cerca di governare la realtà attraverso il controllo della memoria e delle parole. Pirandello racconta l’individuo che scopre di non possedere un’identità unica, ma molte immagini riflesse negli sguardi degli altri. Sei personaggi in cerca d’autore mette in crisi il confine tra vita e rappresentazione. García Márquez ci ricorda che senza memoria anche la storia può ripresentarsi con un volto già conosciuto.

Rimane una domanda, più inquietante di qualsiasi risposta: quando guardiamo il mondo, quanto di ciò che vediamo appartiene alla realtà e quanto alla storia che qualcuno, compresi noi stessi, ci ha insegnato a raccontarla?