Kandinsky, a Roma la rivoluzione del colore
A Palazzo Bonaparte oltre settanta opere raccontano la vita e la ricerca dell’artista che liberò il colore dalla realtà e aprì la strada all’astrattismo
di Patrizia Miracco
Il colore può diventare forma, ritmo, emozione. È questa una delle intuizioni più profonde di Vassily Kandinsky, protagonista della mostra che apre oggi, 15 settembre, a Palazzo Bonaparte a Roma, dove fino al 14 febbraio 2027 sono esposte oltre settanta opere, provenienti in gran parte dal Centre Pompidou di Parigi e da altre collezioni internazionali.
L’esposizione ripercorre la trasformazione di un artista che arrivò alla pittura dopo gli studi di diritto ed economia e che, progressivamente, mise in discussione il rapporto tradizionale tra immagine e realtà.
Per Kandinsky l’arte non doveva necessariamente imitare ciò che l’occhio vede. Poteva invece suscitare una risposta più profonda, legata alla percezione, alla sensibilità e alla dimensione interiore. È proprio questo passaggio a rendere la sua ricerca particolarmente significativa anche per comprendere il rapporto tra arte, emozioni e cervello.
Un momento decisivo del suo percorso avvenne davanti ai Covoni di Monet. Kandinsky raccontò di essere rimasto colpito da un dipinto nel quale il soggetto appariva quasi irriconoscibile: ciò che arrivava allo spettatore non era soltanto la rappresentazione di un paesaggio, ma la forza della luce e del colore. Fu una rivelazione. La pittura poteva avere un valore autonomo anche quando non rappresentava fedelmente qualcosa di riconoscibile.
A questa esperienza visiva si aggiunse quella musicale. L’ascolto del Lohengrin di Richard Wagner gli fece percepire un possibile legame tra suono, colore e movimento. La musica, pur essendo priva di immagini concrete, poteva generare emozioni e rappresentazioni interiori. Kandinsky iniziò a interrogarsi sulla possibilità che anche la pittura potesse raggiungere una dimensione simile.
La sua ricerca si orientò così verso una progressiva liberazione della forma. Nel 1911 fondò con Franz Marc e Gabriele Münter il gruppo Der Blaue Reiter, uno dei nuclei più importanti dell’avanguardia tedesca. In questa stagione il colore acquista un ruolo sempre più autonomo e le forme si allontanano dalla rappresentazione naturalistica.
Il passaggio verso l’astrattismo non fu quindi soltanto una scelta estetica. Fu una diversa concezione dell’esperienza artistica: linee, forme e colori potevano esprimere tensioni, stati d’animo e movimenti interiori senza dover raccontare una scena riconoscibile.
Tra le opere presenti in mostra figura L’Arco nero del 1912, esempio della fase di intensa sperimentazione dell’artista, insieme a Gelb-Rot-Blau del 1925, realizzata negli anni del Bauhaus. In questi lavori il colore sembra acquistare una propria grammatica e la composizione diventa un sistema di rapporti, equilibri e contrasti.
Un’attenzione particolare è dedicata a Gabriele Münter, artista e compagna di Kandinsky per diversi anni. La presenza delle sue opere permette di ampliare lo sguardo sulla stagione dell’espressionismo tedesco e di restituire spazio a una figura femminile importante nelle avanguardie del primo Novecento.
La vicenda di Kandinsky attraversa nel frattempo alcune delle principali trasformazioni culturali dell’Europa del XX secolo. Dopo il ritorno in Russia durante la Prima guerra mondiale, nel 1921 l’artista si trasferì in Germania e iniziò la sua esperienza al Bauhaus, dove proseguì la riflessione sul rapporto tra forma, colore e struttura. Dopo la chiusura della scuola nel 1933 si stabilì a Parigi, continuando la propria ricerca fino alla morte, nel 1944.
Documenti, fotografie, oggetti personali e materiali provenienti dalla Bibliothèque Kandinsky accompagnano le opere e aiutano a ricostruire il percorso umano e artistico del pittore. Un ambiente immersivo conclude il percorso espositivo, riportando al centro quella relazione tra arte, musica e percezione che aveva accompagnato Kandinsky fin dagli inizi.
La sua rivoluzione non consiste soltanto nell’aver contribuito alla nascita dell’astrattismo. Kandinsky mise in discussione il modo stesso di guardare un’immagine: il colore non doveva più necessariamente descrivere qualcosa, ma poteva diventare esperienza, ritmo e linguaggio autonomo.
È forse questo il lascito più attuale della sua ricerca: davanti a un’opera non reagiamo soltanto a ciò che riconosciamo. Anche forme, colori, contrasti e ritmi possono modificare il nostro modo di percepire e di sentire. Kandinsky intuì questa possibilità molto prima che la ricerca contemporanea sul rapporto tra cervello, percezione ed emozione ne approfondisse i meccanismi.
