PNRR, tra sfida vinta e opportunità persa
Risorse, obiettivi raggiunti e progetti realizzati: il vero bilancio del Piano si misurerà nella capacità di trasformare gli investimenti in crescita duratura
di Daniele Marandola
Il 31 agosto si è fermato il cronometro del PNRR. Cinque anni dopo il suo avvio, è arrivato il momento di chiedersi non soltanto quanto abbiamo speso, ma soprattutto quanto l’Italia sia realmente cambiata.
Nato nel pieno della crisi pandemica, il Piano ha messo a disposizione del nostro Paese 194,4 miliardi di euro, tra sovvenzioni e prestiti. Una disponibilità di risorse senza precedenti, accompagnata da un’ambizione altrettanto grande: intervenire, attraverso investimenti e riforme, su alcune delle debolezze che da decenni frenano la crescita italiana. Il PNRR, insomma, non nasceva semplicemente per spendere di più, ma per trasformare il Paese.
E allora, sfida vinta o opportunità persa?
Se guardiamo ai rapporti con Bruxelles, il bilancio è certamente positivo. Al 1° luglio l’Italia aveva raggiunto 416 traguardi e obiettivi su 575, il 72,3% del totale, e incassato quasi 166 miliardi, l’85,4% delle risorse disponibili. Percentuali superiori alla media europea. Sarebbe quindi ingeneroso parlare di fallimento. Ma sarebbe altrettanto superficiale dichiarare una vittoria fermandosi a questi numeri.
Perché incassare non significa spendere, spendere non significa realizzare e realizzare non significa necessariamente trasformare.
Secondo la Corte dei conti, a fine febbraio 2026 la spesa effettivamente sostenuta aveva raggiunto 113,5 miliardi, circa il 58% delle risorse complessive, mostrando una forte accelerazione. Ma al 1° luglio, sebbene circa il 75% dei progetti monitorati risultasse concluso, questi rappresentavano appena il 23,7% delle risorse impegnate. Una parte rilevante del valore economico del Piano era quindi ancora concentrata negli interventi in corso.
Nel frattempo, anche il PNRR è cambiato. Le numerose revisioni hanno permesso di adattarlo alle difficoltà incontrate e rendere più realistico il raggiungimento degli obiettivi, ma ne hanno anche modificato parte dell’impostazione originaria. E allora una domanda è inevitabile: abbiamo modificato il Piano per renderlo più efficace o ne abbiamo progressivamente ridotto l’ambizione per riuscire a rispettarne le scadenze?
Il PNRR è stato anche un gigantesco stress test per la pubblica amministrazione. Migliaia di Comuni hanno dovuto contemporaneamente progettare, affidare, realizzare e rendicontare interventi, partendo però da condizioni profondamente diverse.
È emerso così un limite strutturale: non tutte le amministrazioni partono dalla stessa linea. Quando obiettivi strategici nazionali vengono affidati a bandi competitivi, il rischio è che vengano premiati non soltanto i progetti migliori o i territori con maggiori necessità, ma anche quelli già dotati delle competenze necessarie per intercettare le risorse.
Ma c’è un’altra distinzione fondamentale: un investimento non coincide automaticamente con un servizio.
Costruire un asilo è importante, ma non basta se mancano le risorse per farlo funzionare. Una Casa della Comunità non produce automaticamente nuova sanità territoriale se mancano medici e personale. Una linea ferroviaria genera sviluppo quando riduce realmente tempi e distanze. La fibra produce innovazione quando cittadini e imprese riescono a trasformarla in servizi e produttività.
L’opera è il mezzo. Il cambiamento è il risultato.
Ed è proprio su questo terreno che il giudizio sul PNRR resta aperto. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, nel 2026 il Piano contribuisce per circa 1,8 punti percentuali al livello del PIL. Ma quanto di questa spinta rimarrà quando terminerà l’eccezionale afflusso di risorse europee?
Perché infrastrutture, strutture e servizi realizzati oggi richiederanno domani manutenzione, personale e risorse ordinarie. E la vera eredità del Piano sarà anche la capacità acquisita dalle amministrazioni di programmare e realizzare investimenti senza la pressione straordinaria delle scadenze europee.
La vera prova del PNRR potrebbe quindi cominciare proprio quando il PNRR finisce.
Alla domanda iniziale non possiamo allora rispondere semplicemente scegliendo tra successo e fallimento. L’Italia sembra aver vinto la corsa europea del PNRR. Resta da capire se abbia vinto anche la sfida italiana per la quale il Piano era nato.
La prima si misura attraverso milestone, target, rate e scadenze. La seconda si misurerà nella produttività, nella qualità dei servizi, nella riduzione dei divari territoriali, nelle infrastrutture che funzioneranno e nella capacità di continuare a investire anche senza risorse straordinarie.
Il 31 agosto si è fermato il cronometro europeo. Quello italiano continuerà a correre ancora a lungo.
Perché il PNRR è finito. La sua vera valutazione comincia adesso.
