AttualitàGeopolitica

Il diritto di restare, la sfida delle aree interne

Non basta fermare lo spopolamento: servono servizi, opportunità e nuove forme di sviluppo perchè restare possa diventare una scelta e non una necessità

di Daniele Marandola

Occupano circa il 60% del territorio nazionale e ospitano oltre 13 milioni di persone. Eppure continuiamo a chiamarle aree interne, quasi fossero marginali.

Sono l’Italia dei piccoli Comuni e dei borghi, territori che da decenni perdono abitanti, soprattutto giovani, mentre servizi e opportunità si riducono. La loro distanza non si misura soltanto in chilometri, ma nel tempo necessario per raggiungere una scuola, un ospedale o una stazione.

Ma dietro questi numeri ci sono persone, famiglie, comunità. In un piccolo paese, una famiglia che parte può significare bambini in meno nella scuola, un cliente in meno per il negozio, una casa che rimane chiusa. E quando scompare un servizio o chiude un’attività, non perdiamo soltanto ciò che c’era: rendiamo più difficile immaginare ciò che potrebbe ancora esserci.

Meno abitanti significano meno servizi, meno servizi significano minore attrattività e, quindi, nuovo spopolamento. Ma fermarsi a questa fotografia significherebbe raccontare soltanto metà della storia.

Perché proprio mentre questi territori affrontano il declino demografico, alcune trasformazioni del nostro tempo potrebbero restituire loro una nuova centralità. Lavoro digitale, telemedicina, transizione energetica, agricoltura innovativa e turismo sostenibile stanno modificando il rapporto tra centro e periferia, mentre territori considerati per decenni lontani dallo sviluppo custodiscono un patrimonio naturale, agricolo, culturale ed energetico straordinario.

E se le aree interne non fossero il passato che l’Italia deve provare a salvare, ma una parte del futuro che non abbiamo ancora imparato a progettare?

Il primo errore sarebbe pensare che la soluzione coincida semplicemente con maggiori finanziamenti. Le risorse sono indispensabili, ma da sole non producono sviluppo. Un recentissimo studio della Banca d’Italia ha rilevato, nei territori finanziati dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne, un aumento di circa il 2% delle unità locali d’impresa, con effetti maggiori dove è migliore la capacità amministrativa.

Il futuro delle aree interne non dipende soltanto da quante risorse vengono stanziate, ma dalla capacità dei territori di trasformarle in opportunità.

Servono quindi finanziamenti, ma anche istituzioni locali capaci di utilizzarli: competenze, progettazione e collaborazione tra Comuni. La capacità amministrativa diventa così una delle infrastrutture invisibili dello sviluppo.

E poi c’è il tempo. Per un territorio che perde abitanti ogni anno, un investimento realizzato tra sette anni non equivale allo stesso investimento realizzato oggi. Nel frattempo, può chiudere una scuola, scomparire un’attività, partire un’altra famiglia. Nelle aree interne il tempo non è soltanto una scadenza amministrativa: diventa esso stesso una politica di sviluppo.

E la prima urgenza sulla quale quel tempo pesa è quella dei servizi. Dietro la parola spopolamento esiste una quotidianità concreta: piccoli paesi rimasti senza un medico di base, zone che attendono ancora un collegamento alla rete fognaria, frazioni nelle quali la fibra non è mai arrivata. Luoghi nei quali ciò che altrove viene considerato ordinario può rappresentare ancora una conquista.

Non possiamo chiedere a un giovane di restare soltanto perché ama il luogo in cui è nato. L’appartenenza non può sostituire un lavoro, una scuola, un medico o una connessione adeguata.

Esistono condizioni per restare: sanità, scuola, mobilità e connettività e ragioni per scegliere di restare: lavoro, impresa, casa, cultura e qualità della vita. Garantire le prime è una necessità. Costruire le seconde è la vera sfida dello sviluppo.

E per farlo le aree interne non devono diventare piccole copie delle città, ma trasformare ciò che le rende diverse in un vantaggio. Un sapere artigianale può incontrare la tecnologia, un prodotto agricolo generare una nuova filiera. Innovare non significa cancellarne l’identità, ma dare un valore nuovo a ciò che già possiedono.

Ma anche la migliore strategia di sviluppo rischia di fallire se dimentica ciò che tiene insieme un territorio: la comunità.

Un borgo può essere restaurato con milioni di euro e rimanere vuoto. Un paese torna davvero a vivere quando la sua piazza si riempie, quando nasce un’impresa, quando una famiglia decide di mettere lì le proprie radici. Rigenerare un borgo significa restaurare i suoi luoghi, ma soprattutto creare le condizioni perché qualcuno scelga ancora di viverli.

È allora necessario cambiare paradigma.

Non territori da assistere, ma territori nei quali investire. Non borghi da conservare come fotografie del passato, ma comunità nelle quali costruire futuro. Non piccoli Comuni lasciati soli, ma territori capaci di fare rete. Non finanziamenti da rincorrere, ma strategie da realizzare. Non tradizione contro innovazione, ma identità capace di generare nuova economia.

E soprattutto, non chiedere alle persone di restare per nostalgia, ma dare loro la possibilità di farlo per scelta.

È proprio intorno a questa parola “scelta” che si gioca forse la sfida più importante. L’Europa ha iniziato a parlare di “Right to Stay”, il diritto di restare: poter costruire il proprio futuro senza essere costretti ad allontanarsi dal luogo al quale si sente di appartenere.

Non significa impedire a qualcuno di partire. Partire per studiare o lavorare è una libertà e un’opportunità. La vera sfida è fare in modo che non diventi una necessità dettata dall’assenza di alternative.

È qui che si misura il successo di una politica per le aree interne: non nel trattenere le persone, ma nell’avvicinare questi territori alle opportunità, rendendo possibile restare e, per chi è partito, immaginare di tornare.

Per troppo tempo abbiamo misurato la distanza delle aree interne dalle città. È arrivato il momento di cambiare unità di misura: non chiediamoci quanto siano lontane dai grandi centri, ma quanto siano vicine alle opportunità di cui hanno bisogno le persone che le abitano.

Perché, in fondo, il futuro delle aree interne non si gioca sulla capacità di convincere le persone a non partire, ma sulla nostra capacità di offrire loro una ragione per scegliere di restare