Musica

Libero dalle cose: la voce autentica di Alessio Creatura

di Giuseppe Sciarra

Con Libero dalle cose, Alessio Creatura firma un progetto che va oltre la dimensione musicale per diventare una riflessione lucida e personale sul significato di libertà oggi. In un tempo dominato dall’apparenza, dall’accumulo e dalla ricerca costante di approvazione, l’artista sceglie una strada diversa: spogliarsi del superfluo per restare fedele a sé stesso.

Tra sonorità che alternano intimità e tensione rock, e una scrittura profondamente autobiografica, il disco racconta un percorso di consapevolezza, fatto di silenzi, rotture e rinascite. In questa intervista, Alessio Creatura ci accompagna dentro il suo mondo creativo, tra fragilità, scelte controcorrente e il bisogno urgente di autenticità.

Il titolo del tuo nuovo album “Libero dalle cose” suggerisce un’idea quasi filosofica di libertà. Cosa significa per te oggi “liberarsi dalle cose”?

Liberarsi dalle cose oggi significa smettere di definirsi per ciò che si possiede o per i like. In un’epoca che ci spinge ad “avere” per “essere”, la vera libertà è restare autentici. Significa anche rifiutare il successo a tutti i costi e scegliere l’indipendenza, per non diventare schiavi del mercato. “Libero dalle cose” è un invito a tornare all’essenziale: alla musica, alle relazioni vere, a una verità che non ha bisogno di ornamenti.

Nei tuoi brani emerge spesso una dimensione molto introspettiva e spirituale. Quanto della tua esperienza personale ha influenzato la scrittura di questo disco?

In questo disco non c’è finzione: l’esperienza personale è l’unica materia prima che conosco. Ho scritto questi brani per dare un nome ai miei silenzi. Ogni parola nasce da momenti in cui ho dovuto scegliere se soccombere al rumore del mondo o ritrovare il mio centro. Scrivere è stato il mio modo di fare pulizia interiore, trasformando il dolore e la solitudine in qualcosa che potesse appartenere a tutti.

Il progetto contiene nove tracce: c’è una canzone che senti particolarmente rappresentativa di questo momento della tua vita artistica?

Sicuramente, “Libero dalle cose”. Rappresenta la chiusura di un cerchio e l’inizio di una nuova consapevolezza. Musicalmente e testualmente è la traccia che meglio descrive la mia maturità artistica: meno sovrastrutture, più verità. È il pezzo che mi fa sentire finalmente a casa con la mia musica, senza dover chiedere permesso a nessuno.

In questo album alterni momenti più intimi a sonorità rock più energiche. Come hai lavorato sull’equilibrio tra testo e musica durante la produzione?

Se un testo nasce da una rabbia profonda o da un’esigenza di rottura, è naturale che sfoci in sonorità rock, perché la chitarra deve urlare quello che la voce, da sola, non riesce a dire. Al contrario, nei momenti più intimi, ho cercato di togliere per lasciare spazio al respiro delle parole. Ho voluto far dialogare queste due anime: ci sono giorni di silenzio e giorni in cui hai bisogno di un muro di suono per sentirti vivo.

Dopo il tuo precedente lavoro discografico, cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere e raccontare le emozioni nelle canzoni?

Oggi scrivo con meno filtri. Non cerco più la frase ad effetto per stupire, ma la parola esatta per guarire. Sono passato dal voler essere capito al voler semplicemente essere, e credo che chi ascolta avvertirà questa nuova libertà nel mio modo di narrare la vita.

Alcuni brani sembrano parlare della necessità di lasciar andare ciò che ci appesantisce per crescere. È anche un messaggio che senti urgente per la società di oggi?

Assolutamente sì, credo sia l’urgenza principale. Viviamo in una società che ci educa all’accumulo: oggetti, successi, relazioni usa e getta. Per me lasciar andare è un atto di coraggio estremo, quello di svuotare le mani per poter afferrare qualcosa di vero. Vedo troppe persone soffocate da aspettative che non gli appartengono, schiave di un’immagine che devono nutrire ogni giorno.

Quando scrivi una canzone parti prima dalla musica o dalle parole? E cosa succede dentro di te nel momento in cui nasce un brano?

Spesso tutto nasce da un frammento di frase, un concetto che mi tormenta finché non trovo l’accordo giusto che gli dia una casa. Cosa succede dentro di me? È un momento di trance e di liberazione. Quando nasce un brano, sento come se si sciogliesse un nodo che avevo nello stomaco. È un processo quasi fisico: un misto di euforia e spossatezza. È un atto di nuda onestà che mi lascia svuotato, ma finalmente in pace.

Guardando al ragazzo che ha iniziato a scrivere le prime canzoni, cosa diresti oggi a quell’Alessio?

Gli direi di non aver paura di restare solo. Ha fatto bene a non prendere scorciatoie: portano lontano dalla propria voce. Gli spiegherei che il dolore, l’inadeguatezza e le porte chiuse non erano fallimenti, ma allenamento. Di continuare a scrivere anche quando nessuno ascolta, perché un giorno quelle parole saranno la sua salvezza. Di non cercare approvazione, ma custodire quella fiammella di verità dentro di sé, anche quando il mondo prova a spegnerla. E infine, gli direi grazie. Per aver protetto quel bambino che voleva cantare la vita com’è, senza trucchi. Oggi siamo liberi, proprio come sognava.

C’è un momento della tua vita in cui la musica ti ha letteralmente “salvato” o cambiato prospettiva?

La musica non mi ha salvato una volta sola, mi salva ogni giorno. Ma se devo pensare a un momento preciso, è stato quando ho capito che non dovevo più cercare di ‘entrare nel sistema’ per sentirmi un artista. C’è stato un periodo di silenzio e porte chiuse, in cui la tentazione di mollare era fortissima. Proprio lì ho cambiato prospettiva: ho smesso di scrivere per ottenere qualcosa e ho ricominciato a scrivere per essere qualcuno. Mi ha insegnato che la vera libertà non è il successo, ma avere una voce propria che non trema, anche quando sei solo. Scrivere i brani di questo album è stato l’atto finale di quella salvezza: trasformare il peso in leggerezza e tornare a respirare davvero.