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Robotaxi alla conquista dell’America: la rivoluzione è già in strada

La flotta senza conducente di Waymo si espande tra entusiasmo tecnologico e proteste sindacali

di Rosa Buzzi

Negli Stati Uniti la mappa dei taxi senza conducente continua ad allargarsi. Nelle ultime settimane  Waymo ha avviato il servizio pubblico in quattro nuove città: Dallas, Houston, San Antonio e Orlando, portando a dieci le metropoli coperte dai suoi robotaxi. Davanti alle authority dei trasporti si moltiplicano i cortei di autisti che chiedono di fermare o almeno rallentare la corsa delle auto senza guidatore.

Dieci città, centinaia di migliaia di corse a settimana e nessuno al volante. È l’istantanea della nuova mobilità americana firmata Waymo, la società di auto a guida autonoma del gruppo Alphabet, la stessa holding che controlla Google.

A Los Angeles, la città degli angeli e degli ingorghi infiniti, una cinquantina di veicoli Waymo copre un’area di circa 100 chilometri quadrati, da Santa Monica al centro città.

Il servizio è partito dopo oltre un anno di test a porte chiuse e ha subito attirato curiosi e celebrità. In pochi mesi le corse settimanali sono raddoppiate, da 50.000 a 100.000, e per molti operatori del trasporto tradizionale suonano come una minaccia.

La vera prova è arrivata da Miami, una delle città più complesse d’America per traffico e incidentalità. Qui la sfida non è solo la congestione, ma il clima, con piogge improvvise, luce che cambia di colpo, riflessi sull’asfalto bagnato.

In questo scenario l’intelligenza artificiale di Waymo, un sistema di AI specializzata che combina deep learning per la percezione, modelli predittivi per stimare i comportamenti degli altri utenti della strada e algoritmi di pianificazione per calcolare le manovre più sicure, deve dimostrare di vedere e reagire meglio di un umano.

L’azienda sostiene di ridurre gli incidenti gravi di dieci volte rispetto alla guida umana, grazie a una ridondanza di sensori come LiDAR, radar e telecamere e a un “pilota” digitale che non si distrae, non si stanca, non guida mai alticcio.

Dietro le promesse di sicurezza si accumulano però conflitti e paure molto umane. A San Francisco, primo laboratorio urbano della guida autonoma, i robotaxi finiscono spesso sulla graticola per una lunga serie di episodi, auto che si bloccano in mezzo agli incroci, che ostacolano autobus e tram, che intralciano ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco.

Nel dicembre 2023 Waymo richiama alcuni veicoli dopo che due di essi hanno colpito un pick up trainato, il software aveva previsto in modo errato i movimenti del mezzo.

Nel 2024 un robotaxi viene circondato e dato alle fiamme durante una manifestazione, diventando il simbolo della rabbia contro un’innovazione percepita come calata dall’alto.

La frattura è anche sociale e sindacale. Mentre Waymo raccoglie nuovi miliardi di dollari per spingere l’espansione in altre città, i sindacati vedono all’orizzonte la scomparsa di migliaia di posti di lavoro tra tassisti, autisti di ride hailing, conducenti di navette e furgoni.

In molte metropoli nascono campagne dal tono esplicito, con slogan come “People over robots” o “Driverless is jobless”, che chiedono moratorie, piani di riconversione professionale e soprattutto che siano le amministrazioni locali, e non solo le authority tecniche statali, a decidere tempi e condizioni di questa rivoluzione su ruote.

Resta poi la domanda che nessun comunicato aziendale riesce davvero a spegnere: in caso di incidente inevitabile, l’intelligenza artificiale chi sceglie di proteggere, il passeggero o il pedone? Waymo e gli altri attori del settore respingono il dilemma del carrello applicato al traffico reale. Sostengono di non programmare il sistema per valutare chi sacrificare, ma per evitare che quel bivio si presenti.

L’auto è addestrata a guidare in modo prudente, a ridurre la velocità in prossimità degli incroci, a dare priorità agli utenti vulnerabili come pedoni e ciclisti. È una forma di etica indiretta perché invece di scrivere in codice che bisogna sterzare contro un muro per salvare un bambino, si impone all’AI di non correre dove un bambino potrebbe comparire all’improvviso.

Il nodo politico di fondo però resta. Il comportamento di un robotaxi, quanto frena, quanto rischia, quanto rallenta tutti per proteggere i più fragili, non è neutro e oggi è definito soprattutto da ingegneri e manager in California.

Nel frattempo, le città americane scoprono di avere sulle proprie strade una nuova infrastruttura critica privata, flotte di veicoli dotati di sensori e intelligenza artificiale che ridisegnano mobilità, sicurezza e persino la raccolta di dati sullo spazio pubblico.

Per qualcuno il robotaxi è la promessa di città più sicure, con meno incidenti e più mobilità per chi oggi è escluso dal volante.

Per altri è l’ennesima ondata di automazione che cancella lavori, concentra dati e potere nelle mani di pochi colossi tecnologici.

In mezzo ci sono le istituzioni, chiamate a decidere se lasciare che siano le piattaforme a scrivere le regole di circolazione degli algoritmi o se imporre standard pubblici su sicurezza, trasparenza e responsabilità.

La rivoluzione dei taxi a guida autonoma è già in strada, ma il modo in cui verrà governata dirà molto di che democrazia digitale abiteremo nei prossimi anni.