Il lato oscuro del potere: Puff Daddy, tra mito, abuso e resa dei conti
La docuserie Netflix che smonta il mito di Diddy e racconta un sistema di dominio, violenza e impunità
di Giuseppe Sciarra
È una resa dei conti senza sconti la miniserie in quattro episodi prodotta da 50 Cent per Netflix e diretta da Alex Stapleton: Sean Combs: La Resa dei Conti. Un’opera che non si limita a ricostruire una carriera, ma scava nel cuore marcio del potere, smontando pezzo dopo pezzo il mito di Puff Daddy.
La scelta di una regista donna non è un dettaglio neutro: lo sguardo della Stapleton intercetta con lucidità il machismo strutturale che ha permeato l’universo di Combs, un mondo in cui le donne — e non solo — diventano spesso vittime dei suoi deliri di onnipotenza.
Il racconto procede attraverso un montaggio serrato di materiali d’archivio, apparizioni televisive e immagini intime girate dallo stesso Combs poco prima dell’arresto. Ne emerge la parabola classica del sogno americano: da stagista della storica Uptown Records a fondatore e padrone assoluto della Bad Boy Records. Un’ascesa vertiginosa che lo ha consegnato alla storia della musica pop e hip hop, ma che oggi appare indissolubilmente legata a una reputazione devastata.
Bad Boy Records è stata una macchina da hit e da talenti. Ma soprattutto Notorious B.I.G., la cui morte a Los Angeles resta una ferita aperta e una delle ombre più inquietanti del documentario. Accanto a essa, aleggia anche lo spettro della scomparsa di Tupac Shakur: due omicidi simbolo di un’epoca violenta, segnata da faide, sospetti e verità mai completamente emerse.
Eppure, la serie trova il suo punto di non ritorno altrove. Non nelle guerre dell’hip hop, né nel folklore del successo, ma nelle testimonianze dirette di chi racconta di essere stato manipolato, abusato, distrutto. Ex partner, collaboratori, escort e produttori descrivono un sistema fondato sulla coercizione, fatto di paura quotidiana, di corpi ridotti a strumenti e di carriere spezzate.
Il controllo passa anche dal denaro. O meglio, dalla sua negazione. Pagamenti mancati, compensi ridotti all’osso, promesse disattese: non semplice avidità, ma una precisa strategia di dominio. Tenere gli artisti economicamente fragili significava renderli ricattabili, dipendenti, silenziosi.
Pur mantenendo un impianto da cronaca — evitando il sensazionalismo facile e ricordando anche le origini traumatiche di Combs — il documentario non riesce e forse non vuole essere neutrale. Le accuse sono troppo gravi per essere archiviate come gossip o rivalità artistiche: ciò che viene messo in discussione è una cultura dell’impunità che ha protetto una figura di enorme potere per decenni.
Ne risulta il ritratto di un narcisista maligno. Anche a fronte di una condanna relativamente contenuta, l’immagine pubblica di Diddy appare compromessa per sempre. Troppi scandali, troppe tragedie, troppe morti inspiegabili hanno sgretolato il mito.
La serie non affronta direttamente un ulteriore capitolo oscuro, ma la sua assenza pesa: la morte dell’ex compagna Kim Porter. Un episodio mai chiarito che contribuisce ad allungare ulteriormente l’ombra su una figura ormai inseparabile da ambiguità, silenzi e verità negate.
Alla fine, la storia di Puff Daddy assume i contorni di un dramma di potere in cui il successo si costruisce sulla rovina altrui.
